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Editoriali

21 marzo 2016

Commercialisti: la verità che fa male!

A cura di Antonio Gigliotti

GIGLIOTTI A.
Cari amici e colleghi,
qualche giorno fa sono stato ospite della trasmissione MI MANDA RAI TRE. Il tema della puntata: il dibattito sulle lettere recapitate dell’Agenzia dell’Entrate a migliaia di contribuenti che hanno scoperto di essere ancora titolari di una partita Iva relativa ad attività già cessate da tempo. Solo per farvi un esempio: tra gli ospiti c’era un contribuente che aveva cessato la sua attività professionale oltre trenta anni fa, trentotto per l’esattezza.
La lettera, qualificata come “comunicazione”, rende noto al contribuente che l’Agenzia procederà alla chiusura d’ufficio della partita Iva, attribuendo un termine di 30 giorni per la regolarizzazione della violazione di omessa comunicazione sulla chiusura dell’attività con il pagamento di una sanzione pari a 170 euro. E non solo. Decorso il termine, il contribuente che non riuscisse a dimostrare la chiusura dell’attività, dovrà pagare la somma di 500 euro invece dei 170 che in realtà sarebbero 167 euro.
Infatti l’importo indicato nell’avviso è sbagliato sotto il profilo formale, quanto meno da rivedere in autotutela da parte dell’Agenzia delle Entrate, mediante correzione degli importi secondo le misure attualmente previste dal citato art. 5, comma 6 del D.Lgs n. 471/1997, misure valide, in virtù del principio del favor rei, anche per la violazioni commesse entro il 31/12/2015, come peraltro evidenziato dalla stessa Agenzia nella circolare n. 4/E del 04/03/2016.
Ma torniamo alla trasmissione e alla lettera. E’ questo l’esempio tanto anelato di “dialogo tra fisco e contribuente”? Io spero proprio di no. Tanti contribuenti, molti ormai pensionati con attività cessate decine di anni fa, si sono recati negli uffici tributari. E secondo voi quali risposte hanno ottenuto? O ci porti la ricevuta di cessazione dell’attività, altrimenti ti conviene pagarne 167 euro subito per non pagarne 500 dopo.
Nella trasmissione è intervenuto - devo dire coraggiosamente - Sergio Mazzei, Responsabile della comunicazione dell’Agenzia delle Entrate, il quale sostiene che sarebbe stato sufficiente andare negli uffici dell'erario e spiegare la situazione. Tutto si sarebbe risolto, così… spiegando. Allora ho preso la parola e a muso duro ho affrontato il Responsabile dell’A.E. Per un attimo mi sono anche chiesto se il signor Mazzei vivesse sulla Terra oppure a Fantasilandia. La realtà è un po’ diversa - almeno la mia. Perché una cosa sono le circolari e la collaborazione tra fisco e contribuenti tanto agognata dall’Agenzia e un’altra cosa è la realtà, quella quotidiana, quella che noi conosciamo fin troppo bene: gli uffici non sentono ragioni. Ti chiedono la ricevuta e poco importa che sia di ieri o del secolo scorso.
Tra l’altro mi chiedo: ma per i molti contribuenti che hanno cessato la propria partita Iva e per decenni hanno presentato il modello 730 come dipendenti? L’erario non avrebbe dovuto contestarlo? Silenzio. Per la difesa tecnica vi rimando a questo documento (PARTITE IVA DORMIENTI. GLI STRUMENTI DI DIFESA).
Ma il punto è questo. Forse ho esagerato nei toni con il signor Mazzei. Non era mia intenzione e di certo non era un fatto personale. La verità è che siamo stanchi - io sono stremato - di vedere calpestato lo Statuto del contribuente, di vedere che ancora nulla è cambiato, di sopportare le solite dichiarazioni ufficiali, figlie di un sistema burocratico rigido che ostenta la buona “comunicazione” ma poi è incapace di comunicare con se stesso.
Qualcuno mi ha detto che potrei rischiare per essermi esposto personalmente... Ma rischiare cosa? Rischiare per aver detto la verità? Allora è da tempo che la mia vita è in pericolo. E la cosa che più mi ha colpito è il silenzio di una parte della nostra categoria. Come a dire: “Forse dovevi evitare…”, “Forse dovevi DIALOGARE”. Credo nel dialogo, non credo a questo tipo di comunicazione. E’ la stessa di sempre, quella che ci sta portando oltre il punto di non ritorno. Forse non è questo il modo di difendere politicamente la categoria. Ma non è mio compito farlo. Dico quello che penso e faccio quello che dico. Mi sento un uomo semplice. Soprattutto stanco, stremato, avvilito nel vedere ancora un profondo divario tra i vertici della Pubblica Amministrazione e la realtà della gente. E il divario rischia di diventare abisso se continueremo a credere di vivere a Fantasilandia dove il silenzio non è quello saggio del maestro. E’ un silenzio che uccide e che di certo non cambierà il Paese.
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