Crypto Valute e Blockchain

9 febbraio 2019

Valute virtuali: antiriciclaggio, quadro RW E Ivafe

Autore: Simone Carunchio
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Le criptovalute e i token possono essere ricondotti nella macrocategoria delle valute virtuali. Queste ultime, benché non assimilabili a moneta corrente, sono state di recente definite quali mezzi di scambio. La somiglianza con la moneta, però, almeno al momento del cambio con quest’ultima, ha indotto il Legislatore, per ragioni di lotta al riciclaggio, a equiparare gli exchanger a operatori di cambio valuta e l’Amministrazione a ricondurre le valute virtuali alle valute estere. Ciò implica che dette attività devono essere indicate nel quadro RW. L’IVAFE, invece, non deve essere corrisposta. Tale assimilazione non pare completamente condivisibile.

Le valute virtuali, a metà tra il concetto di moneta e quello di strumento finanziario, possono essere suddivise in due grandi categorie: le criptovalute e i token o gettoni.

Esse si distinguono in base alla loro rispettiva origine: le prime sono 'assegnate' dal sistema ai minatori, ossia a coloro che fanno risolvere a computer estremamente performanti gli algoritimi che sono necessari per 'fissare' un blocco nella catena (blockchain) in cui è registrato un traferimento delle stesse in maniera defintiva e immodificabile; i token (gettoni), invece, sono assegnati a dei finanziatori da parte di società che ricercano fondi per progetti di ricerca e sviluppo a seguito di una ICO (Initial Coin Offerings - ossia una sorta di OPA).

I diversi trasferimenti che possono avere ad oggetto valute virtuali, benché, come detto, registrate in modo certo, possono essere considerati quasi anonimi poiché non controllati da alcuna autorità centrale.

Ciò ha permesso, peraltro, anche l'effettuazione di traffici illeciti. Famoso è rimasto il caso di Silk Road, ossia di un sito (attualmente bloccato) che commerciava prodotti considerati di contrabbando dalla maggioranza delle giurisdizioni mondiali attraverso pagamenti in valute virtuali. La difficoltà di risalire ai soggetti coinvolti è attestata dal fatto che l'FBI il 3 ottobre 2013 arrestò la persona ipoteticamente titolare del sito che agiva sotto lo pseudonimo di Dread Pirate Roberts, ma poi, circa un mese dopo, il sito fu riaperto da un altro soggetto che utilizzava lo stesso “nome d'arte”. Solo il 6 novembre 2014 la piattaforma digitale fu definitivamente oscurata e fu arrestato Ross Ulbricht (poi condannato all'ergastolo il 30 maggio 2015).

Orbene, le autorità, preso atto della difficoltà di rintracciare i soggetti che “commerciano” in valute virtuali, hanno deciso di “aspettarli al varco”, ossia al momento in cui le valute virtuali sono cambiate in valute correnti. Questa operazione è compiuta da cosiddetti exchanger.

La legislazione interna: exchanger e valute virtuali
La normativa italiana (peraltro in anticipo su quella europea - Direttiva antiriciclaggio 2018/843) è stata aggiornata con il D. Lgs. n. 90/2017. Con tale intervento si è inciso in particolare sul D. Lgs. n. 141/2010, sul D. Lgs. n. 231/2007 e sul D. L. n. 167/1990.

Il D. Lgs. n. 141/2010 concerne, tra l'altro, il registro dei cambiavalute a cui questi ultimi devono essere iscritti per esercitare legittimamente l'attività. Con il suddetto D. Lgs. n. 90/2017 sono stati inseriti nell'art. 17-bis i commi 8-bis e 8-ter che estendono detto obbligo "ai prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale, come definiti nell'articolo 1, comma 2, lettera ff), del Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231", in materia di antiriciclaggio.

In quest'ultimo, quindi, è stata inserita la seguente definizione di exchanger (art. 1, comma 2, let. ff)): "ogni persona fisica o giuridica che fornisce a terzi, a titolo professionale, servizi funzionali all'utilizzo, allo scambio, alla conservazione di valuta virtuale e alla loro conversione da ovvero in valute aventi corso legale".

Alla successiva lett. qq) è stata invece inserita la definizione di valuta virtuale: "la rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un'autorità pubblica, non necessariamente collegata a una valuta avente corso legale, utilizzata come mezzo di scambio per l'acquisto di beni e servizi e trasferita, archiviata e negoziata elettronicamente".

Detti soggetti che operano con le valute virtuali sono assoggettati, inoltre, alle disposizioni di cui al D. L. n. 167/1990, sulla rilevazione ai fini fiscali di taluni trasferimenti da e per l’estero di denaro, titoli e valori. In quest'ultimo decreto, infatti, nell'art. 1, concernente l'ambito soggettivo della disciplina, sono richiamati gli operatori di cui all'art. 3, comma 5, lett. i), del D. Lgs. n. 231/2007, ossia "i prestatori di servizi relativi all'utilizzo di valuta virtuale, limitatamente allo svolgimento dell'attività di conversione di valute virtuali da ovvero in valute aventi corso forzoso", in quanto operatori non finanziari.

L’interpretazione dell’amministrazione: quadro RW e Ivafe
Su questa base legislativa, e sulla base della Risoluzione n. 72/E/2016 (in cui le criptovalute sono assimilate a delle valute estere), e della Risposta n. 14/2018 (in cui i token sono equiparati a voucher, a strumenti finanziari e a criptovalute, a seconda del loro utilizzo), l'Agenzia delle Entrate ha affrontato le problematiche della dichiarazione nel quadro RW di queste attività detenute all'estero (le cui plusvalenze e i cui redditi devono essere indicati nel quadro RT della dichiarazione annuale).

Nelle Risposte a Interpelli n. 956-39/2018 della DRE Lombardia e n. 903-47/2018 della DRE Liguria, infatti, è stato affermato che i soggetti che detengono tali attività le devono dichiarare ai sensi dell'art. 4 del D. L. n. 167/1990. Le problematiche che si pongono nella compilazione del quadro RW sono di quattro ordini: I) quale cambio utilizzare; II) quale sia il codice di individuazione del bene; III) quale sia il codice paese e IV) se debba essere corrisposta l'IVAFE.

Per quanto attiene al primo punto, ossia quale tasso di cambio utilizzare, l'Amministrazione indica che deve essere utilizzato il cambio, desumibile dal sito ove è stata acquistata la valuta virtuale, al 31 dicembre (ovvero nel corso dell'anno in caso di smobilizzo).
In ordine al codice di individuazione del bene occorre invece, nella colonna 3, indicare il codice 14, corrispondente a "attività estere di natura finanziaria".

Per quanto attiene al codice paese, nei documenti menzionati non sono state fornite indicazioni, ma si può affermare che esso, qualora si utilizzi il programma fornito dall'Amministrazione, non è necessario, perché il codice 14 non richiede l'indicazione del paese estero. Se però si utilizza un software privato, il codice è 799, corrispondente a "paesi non classificati".
Per quanto attiene all'IVAFE, l'Amministrazione ha asserito che essa non deve essere corrisposta perché il cosiddetto wallet, in cui sono “conservate” le valute virtuali, non è assimilabile a un deposito o un contocorrente bancario, requisito necessario per l'applicazione dell'imposta.

Considerazioni conclusive
Il sistema non parrebbe, attualmente, presentare falle o difficoltà. In realtà, però, ciò che non pare completamente condivisibile è l’assunto di base dell’Amministrazione, ossia l’equiparazione delle valute virtuali alle valute correnti estere: queste ultime, diversamente dalle prime, sono emesse da un’autorità centrale e rappresentano, pertanto, una riserva di valore. Ed è proprio la mancanza di questa caratteristica che fa risaltare i limiti della normativa richiamata, in particolare quando la si vuole applicare a “oggetti” che per loro natura non sarebbero assimilabili a quelli normalmente interessati.
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