Cultura e Tempo Libero

2 febbraio 2019

Il divo

Autore: Andrea Ponzano
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È inimmaginabile per chiunque la quantità di male che bisogna accettare per ottenere il bene. Diceva così il Giulio Andreotti rappresentato da Toni Servillo, nel suo celebre monologo de 'Il divo', il film di Sorrentino sulla vita del politico forse più celebre e controverso della storia repubblicana italiana. Quelle parole dette in un'atmosfera quasi teatrale, sotto la luce di un impietoso occhio di bue, sono da ascoltare senza requie: nella contraddittorietà della loro potenza narrativa potrebbero allo stesso tempo farci capire chi vogliamo e non vogliamo essere. A cento anni dalla sua nascita, Giulio Andreotti fa ancora parlare di sé perché non è stato solo un politico con un cursus honorum quasi infinito (sette volte presidente del Consiglio e 26 volte Ministro in oltre mezzo secolo di attività politica e nelle istituzioni) ma ha anche quasi personificato il Vaticano, essendone profondo conoscitore e ha rappresentato un'epoca, essendo stato custode celato dei difficili equilibri della Guerra fredda. Intorno alla sua persona è nato presto un mito e della sua vita in eterna disputa tra palco (politico ma non solo) e realtà si è discusso su tutti i fronti. Già negli anni '70 Oriana Fallaci scriveva di lui: «Il vero potere non ha bisogno di tracotanza, barba lunga, vocione che abbaia. Il vero potere ti strozza con nastri di seta, garbo, intelligenza. L’intelligenza, perbacco se ne aveva. Al punto di potersi permettere il lusso di non esibirla». E la giornalista non era certo una sua sostenitrice. Ma non si poteva esimere nemmeno lei dal dire che il divo Giulio (per dirla alla maniera di uno dei suoi tanti soprannomi) è stato un politico di razza. E davanti al panorama che la politica italiana ha sfornato nella seconda e terza Repubblica, è doveroso quantomeno analizzare la prima di repubblica, sempre stata tanto bistrattata. E per farlo non si può prescindere da uno degli uomini che più l'ha rappresentata. Nel corso del suo (stra)potere nella Democrazia cristiana Giulio Andreotti fu sempre considerato emblema di un potere impenetrabile, beffardo e occulto. Le sue celebri battute, diventate aforismi, hanno contribuito a dipingere questa immagine, la fotografia di un uomo che Aldo Moro, nel memoriale che scrisse durante la sua prigionia, definì impassibile, disumano e avido di potere. Il ruolo politico di Andreotti in verità non fu mai di rottura, fu principalmente un amministratore dell’esistente, un garante dello status quo. Nei decenni della sua attività politica non vi furono progetti politici che abbiano cambiato radicalmente il corso degli eventi. Il divo fu propugnatore di molte iniziative pragmatiche che servirono a risolvere situazioni contingenti e fu astuto sostenitore di sue invenzioni come la politica “dei due forni” (ovvero comprare metaforicamente il pane, per far sopravvivere un compromesso politico, dove conveniva di più nei momenti della convivenza) che dopo le elezioni del 4 marzo che hanno portato il governo giallo-verde al potere, è riemersa nel dibattito politico. Non c'è dubbio che i parlamentari di oggi dovrebbero comunque studiare Andreotti. Denigrarlo a prescindere non è sintomo di grande lungimiranza. Sviscerare la sua cinica consapevolezza e il suo realismo a volte crudo può far vincere pericolosi deliri di onnipotenza che sono dietro ogni angolo. Quando sosteneva che il potere logori chi non ce l'ha, non fingeva di non leggere la realtà. Realtà che non ha mai evitato, affrontandola a viso aperto anche a costo di essere etichettato come spietato. Sono consapevole dei miei limiti - amava dire - ma sono anche sicuro di non avere giganti intorno a me. Oggi avrebbe 100 anni ma c'è chi scommette che se ci fosse ancora sarebbe seduto su uno degli scranni più alti dei palazzi del potere.

Il film “Il divo” è gratis e liberamente visibile sul sito online Raiplay, il portale della Rai.
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