Cultura e Tempo Libero

9 febbraio 2019

La bellezza che ci sopravviverà

Autore: Andrea Ponzano
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È una scintilla perpetua, una stella eterna che è ancora lì a indicarci la strada. Il 2019 è l'anno dell'Infinito. Sono trascorsi due secoli da quando Leopardi scrisse la perla di Recanati. Una delle liriche più intense e comunicative della letteratura italiana che ancora oggi, dopo duecento anni, resta senza età. Dinnanzi al genio di Leopardi torniamo tutti un poco alunni. A un primo sguardo la semplicità di quei pochi versi incanta. E nel candore che caratterizza il testo, spicca una profondità di significato che soltanto “il giovane favoloso” ad appena vent'anni sapeva regalare.

Viviamo un'era non semplice, anche e soprattutto per i giovani. Quale ragazzo a 20 anni sa ciò che vuol fare della sua vita e chi vuole diventare? Solo un manipolo di privilegiati, soltanto chi ha la fortuna di avere una passione e la volontà per perseguirla. Giacomo sapeva cosa voleva fare e poco più che adolescente confessò a quello che era uno dei grandi intellettuali dell'epoca, Pietro Giordani, di aver visto la primavera, di sentire l'esigenza incalzante di prendersi cura di tanta bellezza e diventare un poeta.

In un mondo come il nostro di oggi in cui imperversano i bisogni e l'utilità delle persone e del momento, Leopardi rema nella direzione opposta alla corrente e tende invece alla felicità e al desiderio di vivere all'insegna del bello. Nell'Infinito Leopardi parla dell'uomo di ogni epoca, racconta di mondi remoti in cui sapevamo ancora ascoltare i sovrumani silenzi della natura. La dimensione è straordinaria e lo spazio e il tempo, in questa lirica, si perdono in una sterminata vastità. Come si può insegnare la bellezza? Forse leggendo e rileggendo questo poeta che sin da piccolo amava nascondersi in soffitta, giocare con l'ombra e la luce perché sapeva che la vita è tenerle insieme.

Oggi tutto scorre veloce, i giorni sono frenetici, il tempo vola via e la società ci chiede di essere perfetti, in forma, pronti a qualsiasi cosa. Leopardi nella vita di ognuno di noi può essere una scintilla: ci insegna l'intensità di appassionarci a qualcosa, di guardare oltre, verso il remoto, senza temere di scorgere la luce. Quante volte basta “una siepe” per nasconderci l'orizzonte? Il poeta di Recanati guarda oltre e ci dice che a volte si può volare con la fantasia, salvarsi con il pensiero, creare un mondo soltanto nostro in cui correre a rifugiarci quando ne abbiamo bisogno. Perché spesso l'immaginazione dipende e si fonda proprio sulla privazione e l'unico modo per poter vivere fino alla morte - come il poeta scriveva all'amico Giordani - è restare fanciulli per tutta la vita.

Leopardi non è un pessimista, come semplificando, anzi banalizzando, sentiamo dire spesso, il giovane favoloso è invece un poeta della speranza che fa leva sulle sue debolezze fisiche proprio per spiccare il volo. Ha sempre osservato, anche con timore, la Natura (quella con la N maiuscola). La chiamava matrigna ma da lei ha molto imparato. L'uomo oggi non si cura più della Natura, si limita a sfruttarla oppure la ignora direttamente. Poi lei ristabilisce l'equilibrio e dimostra la sua infinita forza attraverso le manifestazioni più devastanti come i terremoti, le eruzioni dei vulcani, gli tsunami. E l'uomo innanzi alla sua manifesta superiorità non può che piegare la testa e sottomettersi alla sua potenza.

Il grande filosofo greco Aristotele, a chi gli domandava dove avesse imparato tutte le verità che sapeva: dalle cose – diceva - perché non mentono. Sono gli uomini a mentire e a fingere. Ecco, Leopardi non sapeva farlo e nella sua indomita lotta di un rapito dalla bellezza ha sempre combattuto per personificarla nei suoi versi, in quell'improvviso soffiare del vento. E nell'avvertire un altro infinito, quello del tempo, dell'eternità. Leopardi si abbandona nella sua malinconia buona, il dolore di non essere stato all'altezza. E poi, mai domo, riprova a cercare la bellezza rimanendoci ben piantato in quel dolore e, come un seme che durante il gelo dell'inverno aspetta tempi migliori, il poeta forgia sé stesso per essere all'altezza della prossima esplosione.

A 200 anni dal suo capolavoro troviamo il tempo di assaporare un po' della sua bellezza. L’hanno definito nichilista ma come si fa a etichettare il genio? È impossibile, ha superato i limiti del suo e del nostro tempo, sconfinando nell’eterno. E oggi come allora vive nell’Infinito.


L’INFINITO di GIACOMO LEOPARDI

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

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