Cultura e Tempo Libero

3 agosto 2019

Questo è un uomo

Autore: Ester Annetta
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Cento anni fa, il 31 luglio del 1919, nasceva a Torino Primo Michele Levi, il chimico, il partigiano, lo scrittore, ma soprattutto l’uomo, che nonostante il dramma di un’esistenza maltrattata, vilipesa e offesa dalla cieca follia che ha oscurato una pagina della nostra storia, ha conservato integra la propria umanità, rabberciato le ferite impresse alla sua anima e consegnato al mondo, attraverso il racconto della sua esperienza, il messaggio di una volontà invitta e di una dignità che resiste oltre le più ignobili e degradanti offese che si possano subire.

La chimica fu per lui una salvezza, com’ebbe egli stesso a dire; una prima volta fu quand’era ancora studente: nel novembre del 1938, con l’entrata in vigore, in Italia, delle leggi razziali, era stato precluso agli ebrei l’accesso allo studio universitario. Levi frequentava già la facoltà di chimica all’Università di Torino e poiché quelle stesse leggi consentivano che gli studi già intrapresi dagli studenti ebrei potessero essere conclusi, ebbe modo di proseguire. Ovviamente il prezzo era che sul diploma di laurea campeggiasse la scritta “di razza ebraica”. Così conseguì la laurea e cominciò a lavorare in una fabbrica svizzera di medicinali dove venne in contatto con ambienti antifascisti militanti. Entrò nel Partito d'Azione clandestino e, dopo l’”armistizio corto” di Cassibile, che segnò l'inizio della resistenza italiana contro il nazifascismo, si unì ai partigiani in Val d’Aosta, rifugiandosi tra le montagne.
Ancora una volta la chimica gli venne in aiuto quando, catturato e deportato – il 22 febbraio del 1944 - insieme ad altri 650 ebrei, ad Auschwitz, venne dirottato nel campo di Buna-Monowitz, dove, qualche tempo dopo, fu sottoposto ad un esame che gli concesse il privilegio di lavorare nella Buna, una fabbrica tedesca per la produzione di gomma sintetica. Vi restò fino all’arrivo dell’Armata Rossa che, il 27 gennaio del ‘45, liberò tutti i prigionieri del campo: dei 650 italiani deportati l’anno prima, solo in venti erano sopravvissuti.
Il viaggio di ritorno a casa, a Torino, fu una lunga e travagliata odissea e quando, a poco a poco, Levi ricominciò a vivere, con quella stessa precisione ed essenzialità tipiche del linguaggio scientifico prese a scrivere la sua storia, il racconto di quella parentesi di vita sospesa durante la quale nessun orrore era stato risparmiato ai suoi occhi ed agli altri suoi sensi.
Levi raccontò l’organizzazione, il funzionamento e la disumana razionalità con cui ogni decisione, intervento, azione venivano stabiliti ed eseguiti all’interno del lager e di come gli ebrei – sottoprodotto della razza umana – subivano torture ed angherie d’ogni sorta, non solo dai loro diretti aguzzini ma anche da parte di quei “primi inter pares” che erano i criminali detenuti insieme a loro: “Abbiamo ben presto imparato che gli ospiti del Lager sono distinti in tre categorie: i criminali, i politici e gli ebrei. Tutti sono vestiti a righe, sono tutti Häftlinge, ma i criminali portano accanto al numero, cucito sulla giacca, un triangolo verde; i politici un triangolo rosso; gli ebrei, che costituiscono la grande maggioranza, portano la stella ebraica, rossa e gialla. Le SS ci sono, sì, ma poche, e fuori del campo, e si vedono relativamente di rado: i nostri padroni effettivi sono i triangoli verdi, i quali hanno mano libera su di noi, e inoltre quelli fra le due altre categorie che si prestano ad assecondarli: i quali non sono pochi”.

Descrisse ogni singolo penoso dettaglio di quella prigionia condivisa, Levi, perché nulla fosse risparmiato alle coscienze di chi non aveva visto e non aveva saputo. “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre” scrisse con lucida consapevolezza, ammonendo gli uomini a restare in guardia per non ricadere in errore, per non reiterare l’abominio compiuto da chi si era eletto a signore della materia umana - una tragica parafrasi di quella “signoria sulla materia” in cui, come aveva scritto lui stesso ne “Il sistema periodico”, era consistita “la nobiltà dell'Uomo, acquisita in cento secoli di prove e di errori”- , su cui aveva tentato assurdi esperimenti, prove ed atrocità, che peraltro erano stati solo l’antefatto di una ancor più sacrilega soluzione finale.

Ma quel monito così sensato e sofferto non pare abbia avuto l’efficacia sperata, perché l’orrore è tornato, dimora tra noi, sotto altre sembianze, nei confronti di altri nemici.
“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che "ogni straniero è nemico". Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero”.
Ancora oggi, in un mutato contesto storico e sociale, queste parole scritte da Levi nella prefazione di “Se questo è un uomo” sono di forte e pungente attualità, puntano un dito giudicante verso il reiterato dramma dei popoli migranti, la tragedia che li spinge ad allontanarsi dai loro luoghi familiari per affrontare l’incognita di un altrove che – ove fosse accogliente e scevro da pregiudizi – potrebbe rappresentare un’alternativa di speranza, di pacifica convivenza, di vita migliore.
Non è difficile immaginarle quelle famiglie di poveri esuli disperati, in fila sulla riva di una spiaggia scura, in attesa di un Caronte che le traghetti verso una meta che potrebbe anche mutarsi nell’Inferno; dove l’inferno non è più un lager, ma la mattanza dei corpi avviluppati dai flutti, la resistenza su una nave ormeggiata al largo di un porto che rifiuta l’attracco, il ciglio di strada su cui giovani donne offrono i loro corpi alle depravazioni di famelici acquirenti di piacere in saldo.
La si può vedere quella gente, immersa nel silenzio di una notte di piombo, mentre si affida all’incognita del proprio destino, con i dubbi, le preghiere, così tremendamente simili – nelle emozioni e nella paura – ai deportati descritti ne “Il viaggio” (la prima parte del racconto di Levi), nella sequenza dei gesti con cui, il giorno prima della partenza, prendono congedo dal presente cui sono stati bruscamente sottratti per avviarsi verso un futuro prossimo di dolore, di umiliazioni, di stenti e di morte: “E venne la notte, e fu una notte tale, che si conobbe che occhi umani non avrebbero dovuto assistervi e sopravvivere. Tutti sentirono questo, ma nessuno dei guardiani, né italiani né tedeschi, ebbe animo di venire a vedere che cosa fanno gli uomini quando sanno di dover morire. Ognuno si congedò dalla vita nel modo che più gli si addiceva. Alcuni pregarono, altri bevvero oltre misura, altri si inebriarono di nefanda ultima passione. Ma le madri vegliarono a preparare con dolce cura il cibo per il viaggio, e lavarono i bambini, e fecero i bagagli, e all’alba i fili spinati erano pieni di biancheria infantile stesa al vento ad asciugare; e non dimenticarono le fasce, e i giocattoli, e i cuscini, e le cento piccole cose che esse ben sanno, e di cui i bambini hanno in ogni caso bisogno. Non fareste anche voi altrettanto? Se dovessero uccidervi domani col vostro bambino, voi non gli dareste oggi da mangiare?”

Rimanda ancora, quel monito tradito, al dramma tuttora incompiuto degli ebrei di oggi, che permangono nella loro sorte di perenne persecuzione, e contro cui si infittiscono minacce dai toni sempre più preoccupanti - come quelle dell’ aeronautica iraniana che ha dichiarato di essere impaziente di “eliminare Israele dalla faccia della Terra” o del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah che ha ribadito che l’Iran può “cancellare Israele dalla carta geografica” - che inevitabilmente richiamano alla mente una “soluzione finale” già protocollata e praticata.

Una riflessione nasce allora spontanea: gli anniversari sono, sì, importanti per celebrare la storia e le persone che ne sono state protagoniste; ma hanno senso maggiore se non si riducono alla contemplazione statica di un giorno che è stato, di un uomo che è stato, ma si traducano in proposito, programma e, dunque, azione.
E l’azione che ora più che mai occorre è quella di epurare non una razza o un popolo da presunti veleni di genere, ma la società tutta dai suoi pregiudizi, dai suoi mali, dalle sue persistenti condanne nei confronti di individui, popoli, terre colpevoli senza reato, per il solo fatto di esistere e di marcare latitudini che si vorrebbero cancellate da ogni geografia.

Gli anniversari hanno senso se rompono gli schemi, se alterano positivamente il presente in memoria e reazione ad un passato insano, se abbigliano il sacrificio con le vesti del riscatto e del progresso, se, rievocando un passato inviso, sappiano spianare la strada ad un futuro differente e migliore.

Questa necessita è la stessa che ha guidato Levi nel suo viaggio di ritorno, che l’ha ricondotto a casa, consentendogli di spogliarsi lungo i suoi passi dei numeri di quella cifra marchiata sulla pelle - 174.517 - che fino ad allora era stata l’identità che l’aveva contraddistinto, per recuperare quella reale, autentica di uomo.

Questa necessità è la stessa che, quali eredi della sua testimonianza, dovrebbe guidare le nostre coscienze, annientando la chimica dell’odio e sterminando i possibili germi di nuovi olocausti.
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