Cultura e Tempo Libero

9 febbraio 2019

Sanremo e la sindrome della tuttologia

Autore: Andrea Ponzano
show spettacolo concerto
In Italia c'è una sindrome. Colpisce molte persone di tutti i sessi, le età e i ceti sociali. Questo morbo è una branca della già abusata tuttologia ovvero 'tutti non solo possono parlare di tutto ma possono anche fare tutto'. Ne è un fulgido esempio il festival di Sanremo. Non è detto che chi sia un grande cantante/cantautore sia un bravo presentatore. Non è questo il caso perché Claudio Baglioni oltre a essere un amatissimo artista è anche un bravo show man: garbato, preparato, capace di ascoltare, non malato di protagonismo almeno a prima vista. Diciamo che incarna tutto quello che oggi manca in tanti settori e a maggior ragione ciò di cui il mondo dello spettacolo è carente. Mondo che a volte ha una percezione un po'alterata della realtà. Ma mentre il Claudio nazionale convince, lo stesso non si può dire degli altri due presentatori.

Claudio Bisio, mattatore un po' scomodo, è parso spesso fuori posto, forzato, con pochi spunti e quasi nessun acuto. Anche il suo 'monologo antagonista' durante la prima serata non ha convinto e in un momento atroce sia per migliaia di persone in fuga dall'Africa sia per i Paesi europei che non sono in grado di accoglierli in maniera decente, quei riferimenti ai migranti intorno al fuoco a cantare 'hakuna matata' è parso di pessimo gusto.

Lo storico conduttore di Zelig poi si è ripreso, e con mestiere, nelle serate successive ha saputo ritrovare parte della sua brillantezza. A far discutere, il ruolo parso un po' stretto di Virginia Raffaele. Sul palco dell'Ariston persino la sua naturale bravura a tratti è divenuta un pallido ricordo. Tralasciando la freddura del saluto ai Casamonica, nota famiglia mafiosa di Roma, la Raffaele, ingessata nei panni di presentatrice, è sembrata sempre imbarazzata, messa in un posto che non è il suo. Non è affatto scontato che una bravissima imitatrice e un'artista dalla battuta al vetriolo sappia tenere un palco difficile come quello di Sanremo.

Le professionalità sono fondamentali. E per dirla con la saggezza meneghina 'Ofelè fa el to mestè', un vecchio detto milanese che si dice a chi s'improvvisa esperto. Bisogna che ognuno faccia il suo mestiere, quello per cui dovrebbe aver studiato. Per fare l'attore negli Stati Uniti tendenzialmente devi aver frequentato almeno i temutissimi Actor Studio. In Italia diciamo che il titolo di studio non pare così importante, l'improvvisazione a volte la fa da padrone e mentre capita che in alcune occasioni sia una carta vincente, nella maggior parte delle situazioni si rivela un imbarazzante tentativo.

Però c'è ancora chi stupisce e chi riesce a far ridere un po' tutti. La vera rivelazione del Festival sono stati Pio e Amedeo, il duo comico pugliese irriverente che ha infiammato il pubblico dell'Ariston con le sue battute irresistibili. Forse perché hanno fatto quello per cui sono amati senza avventurarsi per scoscesi pendii: hanno fatto i comici e hanno convinto il pubblico su tutta la linea. Uno dei comici più amati d'Italia, Paolo Villaggio lo diceva: far ridere alla fine non è altro che un'arte genetica.
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