Cultura e Tempo Libero

2 febbraio 2019

Se non alzi la testa continuerai a credere di essere nel punto più alto

Autore: Andrea Ponzano
impossibile - possibile - coraggio
Non basta avere una buona idea, conta essere in grado di realizzarla, dicono. “Non è l’idea ma la sua esecuzione”, per dirla all’americana. Saper concretizzare un’idea è il passo più importante per una startup di successo. Saper tradurre la propria visione in un atto concreto distingue l’imprenditore vero da un sognatore. Bello, tutto vero. Ma come fare? Crea una visione e trasmetti valore, focalizza e definisci la tua strategia, ottiene l’attenzione del tuo gruppo di lavoro, fa coincidere gli obiettivi individuali con quelli del gruppo, impara a capire le priorità vere, dai supporto e formazione, assegna, delega, innova, ricompensa, punisci. Esistono milioni di libri che parlano di questi temi. La verità è che mancano gli esempi. Il motivo è semplice. Le idee non hanno più le ali. Tendono a soddisfare solo il nostro ego e generare unicamente guadagno personale.

Invece le grandi idee non distribuiscono solo ricchezza. Possono diffondere cultura, servizi, democrazia. “Io penso alla fabbrica per l’uomo, non l’uomo per la fabbrica” diceva Adriano Olivetti. E allora eccolo l’esempio che vale 1 milione di manuali sulle “Regole per l’imprenditore di successo”. L’unica regola, qui, è quella del cuore. Olivetti era un visionario ma con i piedi ben piantati a terra e lo sguardo alto, aveva una visione proiettata nel futuro, aspirava a una società che doveva ancora venire.

Nel secondo dopoguerra ha creato un’azienda unica al mondo. Il profitto aziendale era reinvestito a beneficio della comunità in equilibrio tra solidarietà sociale e profitto. Una straordinaria organizzazione del lavoro fondata su un’idea di felicità e appagamento che originava efficienza. Le condizioni dei suoi operai erano le migliori rispetto alle altre grandi fabbriche italiane: i suoi dipendenti erano esseri umani e non fattori di produzione.

L’impegno iniziale di Adriano Olivetti era rivolto alla ricerca di un sistema alternativo alla catena di montaggio fordista. Non solo. Era proiettato verso una corretta e innovativa organizzazione del tempo di lavoro in modo da conciliare le esigenze personali con le necessità produttive e la precoce concessione del sabato festivo. I suoi operai avevano salari più alti della media nazionale. Ridusse il lavoro da 48 a 45 ore settimanali a parità di salario. Era il 1956. Il margine di guadagno della sua azienda, il “surplus” che nell’ortodossia marxista è considerato lo sfruttamento delle classi operaie, Olivetti lo reinvestiva nella creazione di servizi sociali avanzati messi a disposizione degli operai e delle loro famiglie.

Le abitazioni per i dipendenti erano vicini alla fabbrica e costruite nel rispetto dell’ambiente. L’azienda aveva un asilo nido ed una scuola materna per i figli degli operai. Completamente gratuite erano le colonie organizzate dall’azienda durante l’estate, sempre per i figli dei suoi lavoratori. Gli operai durante le pause di lavoro potevano servirsi di una biblioteca che divenne un punto di riferimento non solo per la fabbrica ma per l’intera città. Contava più di 150 mila libri e 800 collezioni di riviste. La fabbrica era diventata crocevia culturale dove era possibile anche ascoltare concerti, seguire dibattiti. L’azienda accoglieva artisti, scrittori, disegnatori e poeti, Olivetti riteneva che la fabbrica non avesse bisogno solo di tecnici ma anche di individui in grado di arricchire il lavoro attraverso creatività e sensibilità culturale.

Olivetti aveva concretamente unito la conoscenza tecnica a quella umanistica, un connubio straordinario di profitto e sviluppo sociale, un esempio che ha ispirato un nuovo prototipo di azienda che, prima di Adriano, poteva essere solo immaginata. Ci voleva lui per concretizzare quell’idea, trasformarla in un modello che continua a guardare al futuro. Realizzare un’impresa basata sul principio della felicità di chi ci lavora. Una renovatio culturale che parte dal cuore del singolo essere umano, passa dal benessere sociale e arriva al profitto. È stata questa l’idea con le ali. E ci voleva un tipo di imprenditore di cui abbiamo ancora molto bisogno, più oggi di ieri, un autentico essere umano che ha alzato lo sguardo da sé stesso e ha visto all’orizzonte una società che non è ancora arrivata.
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