Cultura e Tempo Libero

24 agosto 2019

Social network e deontologia professionale: istruzioni per l’uso

Autore: Ester Annetta
social ok like
In maniera attenta e puntuale, il contraddittorio rapporto esistente tra l’assoluto liberismo e la totale assenza di regole nell’utilizzo di internet e dei social, da un lato, e la fitta rete di norme e regole deontologiche volte a garantire integrità e correttezza delle professioni liberali, dall’altro, è stato analizzato in un documento elaborato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, intitolato “Frammenti di deontologia nell’epoca dei social network”, con l’intento dichiarato – come si legge nella sua introduzione – di “colmare questa tanto vistosa quanto clamorosa lacuna”, indicando la strada da seguire.
Il documento parte da un allarmante dato statistico: secondo l'indagine di We Are Social, condotta insieme ad Hootsuite, nel 2019 è emerso che sono quasi 55 milioni gli italiani che accedono al web, cioè oltre 9 su 10, un dato in forte incremento rispetto agli anni passati. Si è, inoltre, delineata una crescita di utenti di piattaforme social, che sono arrivati a circa 35 milioni, ossia il +2,9% rispetto all’anno precedente, con ben 31 milioni di persone attive su piattaforme da dispositivi mobili, con un relativo incremento del 3,3%; l’utilizzo giornaliero passato ogni giorno online dall’utente medio è di circa 6 ore e 42 minuti, e il numero di accessi degli utenti più assidui è superiore a 100 volte al giorno.

“In nessun comparto del nostro Paese – scrive il Presidente della Fondazione, Rosario De Luca, nel documento - ci si è posti il problema di come porre rimedio a questo Far West che la rete propone. Nessuna organizzazione pubblica o privata ha sentito il bisogno di dettare leggi proprie per sopperire a una normativa inadeguata e vetusta. E ciò nonostante il fiorire di numerose sentenze in materia, che equiparano i social ai luoghi pubblici, la piazza virtuale all’antica “agorà”. Allora ci hanno pensato gli Ordini professionali a intervenire, con la propria potestà autoregolamentare, per introdurre quelle norme che i propri iscritti sono tenuti a rispettare; regole che rappresentano il vero differenziale rispetto ad altri soggetti, non meglio identificati, che operano sul mercato.”
L’operazione si è svolta su più fronti, comportando sia approfondimenti del codice deontologico, sia la prescrizione di precise indicazioni operative agli iscritti sia, infine, la predisposizione di una puntuale attività di vigilanza.

Il documento si concentra, primariamente, sul ruolo etico delle professioni, presupposto diretto di quel “riconoscimento pubblico delegatorio” che le connota e che discende, a sua volta, da una sorta di investitura laica, in virtù della quale l’incaricato è autorizzato a disporre dei diritti e degli interessi individuali e collettivi nel senso della legge.
L’esercizio della professione intellettuale riveste, dunque, un ruolo centrale nello sviluppo di una società democratica ed ha un valore sociale; pertanto, se è vero che al professionista iscritto ad un Albo è riconosciuto uno status che lo rende – tra l’altro – un diretto collaboratore dello Stato “nel promuovere un sistema di concorrenza leale nel mercato e rispettoso della dignità dell'uomo”, è altrettanto vero che il possesso di quello status impone il rispetto di precisi precetti extragiuridici (le regole deontologiche), ai quali deve essere improntata anche ogni condotta che dalla sfera privata possa riversarsi o avere connessioni con la funzione rivestita.
“Il professionista non può limitare il suo ambito intellettuale alla sola applicazione del diritto positivo, ma deve anche conformare il suo comportamento a quei valori propri della giusta e virtuosa convivenza”, si legge, ancora, nel documento; “il Consulente del Lavoro, in particolare, svolge la sua attività nel continuo rispetto di quell’equilibrio tra diritti soggettivi e interessi pubblicistici a tutela dell’Ordine sociale.”
Proprio in virtù di ciò, vanno osservate alcune cautele soprattutto nell’utilizzo dei social.
Difatti, pur riconoscendosi che lo sviluppo e la diffusione di internet e, con esso, dei social media e dei social network, abbia rappresentato una innovazione e consentito la creazione di nuove opportunità di comunicazione anche per il professionista, tuttavia l’utilizzo improprio di quegli strumenti può comportare “alcuni rischi, soprattutto ove colui che ne faccia uso sia proprio un professionista: quando un comportamento, inteso nel senso più ampio del termine, è riconducibile alla qualità di professionista e non, invece, alla mera sfera personale, lo stesso può avere una rilevanza deontologica e disciplinare, anche ove esternalizzato a mezzo social”. Il comportamento dell'iscritto all'Ordine professionale, infatti, viene sottoposto al giudizio della collettività e - in ragione di un riconoscimento pubblico alla sua qualità - può aver conseguenze, anche pregiudizievoli, sull'immagine di tutta la categoria, oltre che comportare conseguenze anche dal punto di vista penale qualora siano commessi reati.
A riguardo il documento focalizza l’attenzione sulla diffamazione aggravata, che negli ultimi tempi è stata posta frequentemente sotto la lente della magistratura: poiché "la diffusione di un messaggio con le modalità consentite dall'utilizzo di una bacheca Facebook ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone", postare un commento su una bacheca Facebook “consente di pubblicizzarlo e diffonderlo stante l'intrinseca idoneità del mezzo utilizzato a far circolare le informazioni, al punto che, se tale commento è offensivo, si rischia di incorrere nel reato di cui al terzo comma dell'art. 595 del codice penale”. Inoltre, poiché la testata giornalistica telematica risulta assimilata a quella tradizionale, e dunque è ben possibile che tramite di essa si integri una diffamazione "a mezzo stampa", mentre per i siti diversi, tra cui i social network, potrebbe scattare l'ipotesi aggravata in quanto l'offesa viene arrecata "con qualsiasi altro mezzo di pubblicità", secondo la formula indicata nel predetto art. 595 c.p.

Da qui, l’indicazione delle buone condotte che devono essere osservate per non incorrere in violazioni disciplinari:
  • la dignità delle persone ha il medesimo valore su Internet come nella vita reale; pertanto, il professionista che interviene pubblicamente in una discussione virtuale, che avvenga tramite una chat di WhatsApp oppure un post su Facebook o Twitter, dovrà rammentare sempre "l'obbligo deontologico di preservare il decoro della categoria e di relazionarsi con i colleghi con il massimo rispetto", e, pertanto, ove si renda colpevole di abusi o mancanze nell’esercizio della professione o comunque di fatti non conformi alla dignità e al decoro professionale, è sottoposto a procedimento disciplinare. L’intervento in discussioni pubbliche o la risposta ad un quesito posto da taluni utenti all’interno delle piattaforme social devono essere improntati alla massima correttezza, che, a sua volta, deve essere accompagnata dal principio di buona fede in senso oggettivo, ovvero dal dovere di comportarsi con lealtà ed onestà;
  • il professionista deve svolgere la propria attività professionale con fedeltà nei confronti del cliente; ne consegue l’obbligo di non divulgare online qualunque informazione dei clienti;
  • segretezza e riservatezza: l'uso dei social non potrà mai spingersi al punto da violare l'obbligo del segreto professionale e sarà necessario altresì assicurare riservatezza circa i dati e le notizie di cui il professionista sia venuto a conoscenza in occasione della promozione o esecuzione del rapporto professionale;
  • in relazione al "dovere di competenza", il professionista deve utilizzare le piattaforme evitando di diffondere incautamente contenuti e messaggi di scarsa qualità e credibilità, ricordando sempre che, quando si condivide, si commenta o si mette un semplice like a un post, i contenuti entrano a far parte del flusso informativo di tutti i propri contatti.

Quest’ultima indicazione acquista particolare importanza in relazione, soprattutto, al rischio connesso alla diffusione di "fake news", la cui divulgazione – anche solo attraverso un like o un post - "arreca danno sia alla credibilità e all'affidabilità del professionista, che, più in generale, alla categoria a cui appartiene". Da ciò la necessità di controllare sempre la veridicità del contenuto che si decide di condividere.
Mai dimenticare, infine, che l’ambiente dei social network non può divenire un ambito di impunita violenza e di costante violazione di norme giuridiche e sociali in nome della libertà di espressione, del diritto di critica o della libertà del pensiero. La creazione di notizie fasulle, capaci di scatenare discussioni improbabili, sta a significare la perdita del senso di verifica delle notizie stesse. La verità digitale assume contorni di verità assoluta senza riscontro fattuale. Il documento ripropone, a tal riguardo, l’espressione di Umberto Eco, secondo cui “il dramma di Internet è che ha promosso lo scemo del villaggio a portatore di verità”.
In merito al rapporto con altri i colleghi o con altri professionisti, il documento indica, infine, un’altra serie di regole comportamentali: se un professionista vorrà essere amministratore di un gruppo – forma di “utilizzo virtuoso dei canali social a fini professionali volto alla condivisione di informazioni con i colleghi” – è consigliabile attivare l’approvazione dell’iscrizione al gruppo in modo da poter controllare chi potrà partecipare e, di conseguenza, accedere alle informazioni condivise tra gli utenti “su argomenti che potrebbero promuovere o favorire l’esercizio, da parte di soggetti non abilitati, di prestazioni riservate”.
Non si dovranno, inoltre, diffondere notizie sulle attività di un collega “idonei a determinarne discredito”, così come bisognerà evitare di pubblicare informazioni personali o fotografie, in particolare di colleghi, senza averne il consenso.

Rimanendo in argomento, vale la pena accennare, ancora a proposito delle responsabilità derivanti dalla condivisione di post sui social, come pure la Corte di Giustizia Europea sia in linea con le cautele appena delineate, soprattutto in tema di rispetto e tutela dei terzi.
Con sentenza C-40/17 – Fashion ID GmbH & Co. KG / Verbraucherzentrale NRW eV – dello scorso 29 luglio 2019, essa ha, difatti, deciso che il gestore di un sito web in cui è inserito il pulsante “Mi piace” di Facebook può essere chiamato a rispondere, insieme a quest’ultimo, della raccolta e della trasmissione dei dati personali dei visitatori, ai sensi dell'articolo 2, lettera d), della direttiva 95/46, sulla protezione delle persone rispetto al trattamento dei dati personali e la libera circolazione degli stessi.
Il trattamento consisterebbe nella raccolta e nella trasmissione a Facebook Ireland Ltd. di alcuni dati personali dei propri visitatori. Peraltro, in ragione del funzionamento del pulsante “Mi Piace”, la trasmissione di tali dati avverrebbe senza che l’interessato ne sia consapevole, indipendentemente dal fatto che questi sia iscritto a Facebook, o che abbia concretamente cliccato sul predetto pulsante.
Ne deriva che i gestori di tali siti Internet sono tenuti a fornire ai propri visitatori, al momento della raccolta dei dati personali, le informazioni di cui all’art. 13 GDPR, nonchè a fondare i propri trattamenti su un’idonea base giuridica, ai sensi dell’art. 6 GDPR.
La Corte precisa che, in caso di consenso dell’interessato, il gestore del sito Internet dovrà ottenerlo limitatamente alle operazioni di cui egli sia contitolare e prima dell’inizio del trattamento. Analogamente, in caso di trattamento basato su interesse legittimo, ciascuno dei contitolari dovrà dettagliare il contenuto dello stesso preventivamente e all’inizio delle operazioni di trattamento che lo riguardano.
La sentenza in esame riconosce alle associazioni per la tutela degli interessi dei consumatori (nella fattispecie in esame la Verbraucherzentrale NRW eV) il diritto di agire in giudizio contro il presunto autore di una violazione delle norme a tutela dei dati personali (in questo caso la Fashion ID, gestore di un sito di shopping online).
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