Digital Marketing

24 novembre 2018

La nascita di una Web Tax

Autore: Giovambattista Palumbo
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Quando si parla di Web Tax non si sta parlando di una nuova tassa, ma della possibile introduzione di una normativa di contrasto a fenomeni elusivi, al fine di contrastare accorgimenti tipici dell’economia digitale, come quelli del "profit-shifting" e della stabile organizzazione occulta, che sfruttano il superamento del concetto di confini nazionali da parte dell’evoluzione tecnologica.

Il 4 ottobre 2013 veniva presentata la proposta di legge n. 1662 di modifica al Dpr 633/72, in materia di applicazione dell'imposta sul valore aggiunto per gli acquisti di servizi per via telematica, nota come Web Tax.

Da una parte veniva introdotto l'obbligo di tracciabilità dei pagamenti per l'acquisto di pubblicità online e, dall'altra, si sanciva l'obbligo di partita Iva italiana per i soggetti che operano nel settore del e-Advertising. Tale ultima disposizione, però, venne subito “sospesa”, subordinandone l'entrata in vigore ad una previa verifica di compatibilità con il diritto comunitario.

Restarono invece immutate le norme riguardanti la tracciabilità dei pagamenti destinati alle aziende che vendono beni e servizi online, che, pertanto, dal 1° gennaio 2014, sono comunque obbligati ad effettuare le transazioni esclusivamente mediante bonifico bancario o postale, dal quale devono risultare i dati identificativi del beneficiario, ovvero con altri mezzi di pagamento tracciabili che siano in grado di veicolare la partita Iva del beneficiario.

Venivano inoltre mantenute anche le disposizioni riguardanti la stabile organizzazione e tracciabilità dei profitti, le quali stabiliscono che "le società operanti nel settore della raccolta di pubblicità on-line e dei servizi ad essa ausiliari sono tenute a utilizzare indicatori di profitto diversi da quelli applicabili ai costi sostenuti per lo svolgimento della propria attività, fatto salvo il ricorso alla procedura di ruling di standard internazionale di cui all'articolo 8 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n. 326".

Successivamente, però, il tema della introduzione di una web tax, o come venne ribattezzata, di una digital tax, venne ripreso.
Anche mediante la presentazione di specifici disegni di legge (uno di questi, ad esempio, presentato dall’allora Viceministro Zanetti), che individuavano, per il settore, una “nuova” modalità di tassazione, con cui, per rendere il quadro, una multinazionale con sede all’estero avrebbe dovuto scegliere se subire, tramite una ritenuta alla fonte sulle transazioni finanziarie, un prelievo del 25% sui ricavi ottenuti in Italia, per esempio stimati in 1 miliardo, o se dichiarare la stabile organizzazione, facendo un bilancio vero e proprio con i ricavi qui realizzati e la quota di costi consolidati attribuibile.

In questo modo avrebbe pagato forse meno dei 250 milioni della “digital tax”, ma certo più dei pochi milioni pagati attualmente.
La scelta di agevolare l’azione accertativa (e riscossoria) nei confronti di settori particolarmente “a rischio”, quale appunto quello dell’economia digitale, non avrebbe potuto del resto essere censurabile, vista la natura procedimentale della previsione.

Anche considerato che analoga disciplina era già stata introdotta, per esempio, in Gran Bretagna fin dal 1° aprile 2015, con la cosiddetta diverted profit tax, impostata appunto come normativa di tipo accertativo, con presunzione legale relativa e contraddittorio obbligatorio con il contribuente.

Non si trattava quindi di “inventare” una nuova nozione di stabile organizzazione, diversa da quella desumibile dai trattati e dall'interpretazione accolta in sede Ocse.

Una cosa è certa: per affrontare fenomeni come quello dell’economia digitale occorre adottare una nuova prospettiva.

Come si cercò di fare con l’art. 1-bis del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito con modificazioni dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, con cui è stata introdotta una procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata per le società ed enti appartenenti a gruppi multinazionali con ricavi consolidati superiori al miliardo di euro annui, che effettuino cessioni di beni e prestazioni di servizi nel territorio dello Stato per un ammontare superiore a 50 milioni di euro annui.

In buona sostanza, attraverso un accordo con l’Agenzia delle entrate, qualora si ravvisi l’esistenza di una stabile organizzazione non dichiarata, nell’accertamento con adesione eventualmente concluso si fruisce di una riduzione delle sanzioni amministrative alla metà ed una esimente penale.

A ben vedere, non si tratta di una web tax, ma soltanto di una forma di cooperazione e collaborazione con l’Amministrazione finanziaria, nell’ottica della cooperative compliance.

A tal fine i soggetti interessati possono chiedere all'Agenzia delle entrate una valutazione della sussistenza dei requisiti che configurano la stabile organizzazione mediante un'istanza finalizzata all'accesso al regime dell'adempimento collaborativo.

Il problema è che, almeno fino ad oggi, i grandi gruppi del web hanno sempre sostenuto di non avere una “stabile organizzazione” in Italia, ma di svolgere, attraverso la filiale nazionale, solo attività ausiliarie, non rientranti nella definizione di stabile organizzazione di cui all’art. 162 del TUIR.
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