Digital Marketing

1 dicembre 2018

La nascita di una web tax

Parte seconda

Autore: Giovambattista Palumbo
pc tecnologia lavoro web marketing professionista
Sulla base dell’attuale disciplina in tema di stabile organizzazione, in questi ultimi anni, sono state sollevate varie contestazioni ed accertamenti, per centinaia di milioni di Euro, a diverse big company del web, le quali, pagando almeno una parte del contestato, hanno in sostanza già ammesso l’esistenza di tale stabile organizzazione. Ma soprattutto è stato così dimostrato che una norma nazionale che agevoli l’accertamento a carico di queste società è possibile e non presenta profili di incompatibilità con i patti convenzionali. Un percorso normativo però ancora lontano dal concludersi.

Nell’imporre la giusta imposizione, non sembra che un’inversione dell’onere della prova, a carico delle multinazionali del web, in ordine alla sussistenza o meno della stabile organizzazione in Italia, possa essere una misura sproporzionata, laddove in particolare si consenta un contraddittorio anticipato e una ragionevole prova contraria.

Né una soluzione del genere potrebbe destare timori di compatibilità convenzionale.

La normativa italiana, del resto, dispone già oggi, senza bisogno di alcuna modifica unilaterale dei patti convenzionali, che, pur in assenza di una stabile organizzazione “formale” nel territorio italiano, i redditi conseguiti siano da considerare come imponibili nello Stato in cui la prestazione è effettuata, anziché in quello di residenza, se, nella sostanza, è possibile individuare sul territorio italiano una stabile organizzazione occulta.

E infatti già oggi, come noto, sulla base dell’attuale disciplina sostanziale di stabile organizzazione, sono state sollevate varie contestazioni ed accertamenti, per centinaia di milioni di Euro, a diverse big company del web, le quali, pagando almeno una parte del contestato, hanno, di fatto (e anche di diritto a ben vedere), ammesso l’esistenza di tale stabile organizzazione.

Non si tratterebbe quindi di “inventare” una nuova nozione di stabile organizzazione, ma solo di specificare, in funzione antielusiva, la stessa nozione.

E comunque, a ben vedere, anche laddove non si stesse parlando “solo” di una norma antielusiva, ma di una modifica sostanziale del concetto di stabile organizzazione, non sarebbe neppure del tutto vero, in realtà, che la modifica resterebbe senza effetti, vista la prevalenza dei trattati sulle norme interne.

Andando a leggere una Convenzione “a caso”, quella con l’Irlanda, nell’incipit della stessa (come in quasi tutte le altre) viene espressamente stabilito che il Governo della Repubblica italiana ed il Governo d'Irlanda, “desiderano stipulare una convenzione per evitare le doppie imposizioni e prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, hanno convenuto quanto segue […]”.

La prevenzione delle evasioni fiscali è dunque del tutto in linea con i principi degli accordi internazionali. Anzi, ne rappresenta il presupposto imprescindibile, al mancare del quale tutte le altre previsioni recedono.

E questo anche considerato che lo stesso modello Ocse (a cui tutti i trattati si conformano) prevede, con formula di chiusura, che “le disposizioni dei paragrafi precedenti del presente articolo non pregiudicano l’applicazione delle disposizioni interne per pervenire l’evasione e l’elusione fiscale”.

E del resto, per consolidata giurisprudenza della Cassazione e della Corte Costituzionale, pur avendo un rango gerarchico superiore rispetto alle leggi ordinarie, i trattati restano comunque subordinati alla Costituzione e, quindi, non possono violarne i principi, tra cui anche l’art. 53 della Costituzione, in tema di capacità continuativa.

Eppure, tali “dubbi” sembrano avere fino ad oggi frenato l’introduzione di una specifica normativa nazionale in tema di tassazione dell’economia digitale.

E infatti il primo vero tentativo di introdurre una normativa ad hoc, con l’art. 1 bis del D.L 50/2017, si è limitato a prevedere una sorta di voluntary, in cui fare rientrare (anche) le multinazionali digitali, stabilendo che le società
  • non residenti,
  • che appartengono a gruppi multinazionali con ricavi superiori a 1 miliardo di euro e
  • che effettuano cessione di beni e prestazioni di servizio in Italia per un ammontare superiore a 50 milioni avvalendosi di società residenti o di stabili organizzazioni,

possono avvalersi di una procedura di cooperazione e collaborazione rafforzata per la definizione dei debiti tributari.

A tal fine i soggetti interessati possono chiedere all'Agenzia delle entrate una valutazione della sussistenza dei requisiti che configurano la stabile organizzazione, mediante un'istanza finalizzata all'accesso al regime dell'adempimento collaborativo. Per coloro che estinguono i debiti tributari della stabile organizzazione dovuti in base all'accertamento con adesione, le sanzioni amministrative sono ridotte alla metà. Si dispone inoltre che in tal caso il reato di omessa dichiarazione non è punibile.

In ogni caso, per l’attuazione della nuova norma. è prevista l’emanazione di un provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle entrate.
Il problema è che, almeno fino ad oggi, i grandi gruppi del web hanno sempre sostenuto di non avere una “stabile organizzazione” in Italia, ma di svolgere, attraverso la filiale nazionale, solo attività ausiliarie, non rientranti nella definizione di stabile organizzazione di cui all’art. 162 del TUIR.

La previsione introdotta dal DL 50/17 rappresentava comunque un primo tentativo di appuntare l’attenzione sul fenomeno.

Un inizio, ma non certo la conclusione del percorso.
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