Innovazione

23 febbraio 2019

Contratti intelligenti e ruolo del professionista

Autore: Simone Carunchio
digital marketing informatica internet rete connessione dati
Nel D. L. n. 135/2018 (L. n. 12/2019) è stata stabilita una definizione di "smart contract" (contratto intelligente). Si tratta di una nuova tecnologia che risponde alle esigenze di semplicità e di risparmio che si traducono, a loro volta, in quelle di rapidità e sicurezza. Essa si è resa possibile mediante lo sviluppo della Tecnologia dei Registri Distribuiti (DLT, ossia delle blockchain), che è stata riconosciuta nel medesimo decreto. Le sfide da affrontare sono quelle della cyber-sicurezza e dei nuovi ruoli che possono essere svolti dai professionisti.

I contratti intelligenti (smart contracts) sono dei contratti che si appoggiano alla tecnologia dei registri distribuiti (TRD - DLT - Distributed Ledger Technology) affinché siano infalsificabili i termini della negoziazione e le condizioni di adempimento. Inoltre essi possono essere, per così dire, autoadempienti, mediante l'utilizzo di specifici programmi, proprio al verificarsi delle condizioni di cui sopra.

Benché si tratti di ritrovati della tecnologia piuttosto recenti, come accade per le valute virtuali, le loro origini paiono perdersi nella notte dei tempi e sono tramandate quasi fossero una leggenda.

Dei proto-contratti intelligenti sarebbero rappresentati da quelli di utilizzo dei programmi per computer, le cui licenze erano attivate attraverso l'inserimento di una chiave digitale. Si trattava di un sistema di crittazione (che però, a conti fatti, era facilmente agirabile). Correvano gli anni '80 del secolo scorso.

Negli anni '90, grazie allo sviluppo informatico, si cominciò a teorizzare tali tipi di contratti secondo la forma che hanno assunto attualmente. Uno dei primi crittografi a parlarne fu Nick Szabo.

Fu poi nel corso dei primi anni del millennio in corso che, mediante la TRD (ossia la categoria nella quale rientrano anche le blockchain), si riuscì, in effetti, a rendere funzionante uno smart contract.

Vitalik Buterin - lo sviluppatore capo della valuta virtuale Ethereum - definisce il contratto intelligente come "un programma che controlla direttamente degli attivi digitali".

La differenza rispetto a un contratto tradizionale consiste proprio nell'attività: mentre un contratto tradizionale definisce le regole di un accordo, lo smart contract va più lontano e fissa queste regole in un registro distribuito assicurando il trasferimento di un attivo - qualunque esso sia - allorché le condizioni contrattuali si realizzano. Questo trasferimento è legato a un programma che, anch'esso, è registrato in una blockchain e che, al momento opportuno, invia un codice per la sua effettuazione.

Essenziale è quindi la Tecnologia dei Registri Distribuiti. Il registro distribuito e condiviso è, in sintesi, un data base criptato (distribuito in rete) in cui vengono registrate le più diverse transazioni o interazioni. Ogni volta che si aggiungono informazioni (un nuovo blocco di informazioni), l'aggiunta deve essere subordinata all'approvazione di tutti i nodi precedenti delle catena (di modo che non si possano creare duplicazioni). Ogni blocco è strutturalmente immodificabile e i partecipanti hanno a disposizione la storia di tutti i blocchi, potendo costantemente verificarli. In sostanza la catena dei blocchi assicura: unicità, indipendenza, verificabilità, tracciabilità, immutabilità, programmabilità di accesso.

La TRD è stata conosciuta dal 'grande pubblico' grazie alle valute virtuali (Bitcoin, Ethereum, etc.), ma la sua prima importante applicazione è certamente quella dei contratti intelligenti.

Questi ultimi sono stati ideati e creati per rispondere a due esigenze che da sempre guidano l'evoluzione della tecnica delle attività umane: semplicità e risparmio. Le quali a loro volta si traducono in rapidità e sicurezza.

Attraverso le tecnologie appena illustrate è possibile, infatti, archiviare e consultare un contratto senza necessità di duplicarlo e trasmetterlo, in maniera rapida, sicura ed economica.

I contratti intelligenti cominciano a essere già utilizzati in vari campi. Per esempio quello delle assicurazioni, sia in ambito aereonavale sia in quello automobilistico; o anche bancario, nel settore retail; o immobiliare, con l'obiettivo di ridurre la burocrazia legata ai relativi trasferimenti, in relazione, anche, agli allegati che è necessario produrre, oltre che ai pagamenti.

Sulla scia di questi cambiamenti l'Italia si è dotata di una definizione legale di "smart contract". Essa è contenuta nel Decreto Semplificazioni (D. L. n. 135/2018 - L. n. 12/2019) all'art. 8-ter, comma 2: "Si definisce «smart contract» un programma per elaboratore che opera su tecnologie basate su registri distribuiti e la cui esecuzione vincola automaticamente due o più parti sulla base di effetti predefiniti dalle stesse. Gli smart contract soddisfano il requisito della forma scritta previa identificazione informatica delle parti interessate, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall'Agenzia per l'Italia digitale con linee guida da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto".

Nello stesso articolo è anche definita la TRD ed è previsto il riconoscimento valore legale alle informazioni inserite nel registro, il quale, a sua volta, è validato dall'ordinamento se costituito secondo i criteri contenuti in linee guida che devono, anch'esse, essere emanate dalla medesima AgID.

La norma sui contratti intelligenti appena citata presenta due difetti: il primo è che contiene termini di derivazione estera, il che indica la poca attenzione che il Legislatore pone all'identità del Paese; il secondo è che non è di felice formulazione: per come è stata scritta non sembra che si possano individuare differenze rispetto a un contratto tradizionale. Nei nuovi contratti, infatti, è l'esecuzione che è automatica e non il vincolo.

Al di là di questi difetti - marginali (?), sintomo dell'epoca che stiamo vivendo - l'introduzione del riconoscimento legale delle tecnologie in parola si accompagna con l'emergere di nuove problematiche: prima di tutto quella - conseguente all'immissione in rete di dati - di come controllare l'utilizzo degli stessi (considerando inoltre che il diritto alla privacy e all'accesso sono differenti da Paese a Paese) e, secondo, quella di come difendere da attacchi informatici che potrebbero modificare e/o cancellare i registri stessi. Si delinea qui il problema della cyber-sicurezza.

Ultima, ma non per questo meno importante, si delinea la problematica di quali funzioni far espletare ai professionisti del futuro, soprattutto tenendo a mente che la TRD potrebbe permettere un alleggerimento dei controlli normalmente effettuati da un'autorità centrale.

Un primo effetto dell'introduzione delle nuove tecnologie, infatti, è quello di limitare le funzioni dei professionisti alla fase di redazione e di valutazione delle clausole contrattuali. Ma è possibile ipotizzare che essi si dovranno attrezzare per avere le capacità di giudicare se il dato utilizzato è aderente alla realtà, se l'automatismo è conforme ai principi di ragionevolezza e di proporzionalità in relazione a quanto accaduto nei fatti e se l'identità informatica indicata sia quella corretta.

Queste nuove tecnologie, assieme a quella della trasformazione digitale (basata sull'automazione nella gestione del magazzino, delle risolrse umane e dei servizi di amministrazione, finanza e controllo, mediante l'utilizzo dell'intelligenza artificiale e del cloud), renderanno sempre più necessaria una figura di professionista che sia conforme al consulente d'impresa.
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata