Innovazione

24 novembre 2018

Disoccupazione tecnologica e tassazione dell’automatismo

Autore: Simone Carunchio
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Tra le varie sfide che pone l’avanzare dell’automatismo, come quella sulla privacy o sul sistema delle responsabilità delle macchine, centrale, soprattutto nel comune sentire, è quella concernente il mercato del lavoro. Importanti fasce di popolazione - professionisti, operai, funzionari, conducenti - temono che il proprio posto sarà occupato da una macchina. Ci si interroga quindi, benché i timori potrebbero essere infondati, su quale potrebbe essere il modello di tassazione delle macchine per compensare l’eventuale esternalità negativa in questione. Si parla, in proposito, anche se imprecisamente, di tassa sui robot.

Che si intende per ‘tassa sui robot’?

Per rispondere a questo interrogativo è necessario sapere, in primo luogo, cosa sia un robot. Si può dire che si tratta di una macchina, dall’aspetto più o meno antropomorfo, che è in grado di lavorare o di apprendere in base all’opera già svolta. Se si tratta di apparecchi che, invece, non assumono lineamenti umanoidi è, in un certo senso, improprio parlare di “robot”; ma essi, almeno nell’ottica della relativa tassazione, sono accumunati ai primi, in quanto entrambi basati sulla Intelligenza Artificiale e potenzialmente nocivi, almeno in apparenza, in termini di occupazione.

Nella vita quotidiana extralavorativa quest’ultimo tipo di macchinari ad alta tecnologia digitale sono ormai già presenti. Si tratta di tutto ciò che rientra nella macro categoria dell’internet degli oggetti. Un esempio ne è Cortana di Microsoft o Alexa di Amazon o Google Home della rinomata casa informatica o Siri di Apple. Più banalmente si potrebbe pensare, altresì, ai programmi di scacchi. Ma anche in campo lavorativo - quello che desta maggiori preoccupazioni e che incita alla ricerca tributaria - la diffusione di questi macchinari è sempre più estesa. Facilmente si poteva far riferimento, fino a poco tempo fa, alle macchine che aiutano l’essere umano nelle mansioni più pesanti, come in fabbrica o in agricoltura; ma ormai è possibile affermare che la diffusione della tecnologia digitale si sta spandendo a ‘macchia d’olio’: per rimanere nel settore produttivo, per esempio, la burotica, ossia l’utilizzo dell’IA (intelligenza artificiale) per le mansioni amministrative, anche detta industria 4.0, si sta sempre più affermando (volano potrebbe risultarne, peraltro, l’introduzione della fattura elettronica). Ma occorre por mente anche alle applicazioni che riproducono le funzioni del commercialismo in campo tributario (TurboTax) o dell’avvocatura (Ross, robolawyer, lexmachina) o anche della sanità (Watson – per le diagnostiche dei tumori, ma soprattutto robot infermieri, come quello in studio alla CoRobotics); ma non si può non citare anche i veicoli autonomi come i taxi senza conducente (nuTonomy e Delphi). La lista potrebbe essere ancora lunga e includerebbe anche, per esempio, il giornalismo e l’interpretariato.

Le sfide dell’‘invasione digitale’ sono numerose e importanti, perché concernono il futuro della democrazia, la privacy, la sicurezza, nonché un sistema giuridico adeguato, in primo luogo in ordine alla responsabilità di eventuali danni causati dalle macchine (semi)autonome, e in secondo luogo in merito alla eventuale tassazione degli stessi per ‘recuperare’ quella che sarebbe avvenuta in capo agli esseri umani che, a causa delle macchine, potrebbero perdere il posto di lavoro. Si è parlato in proposito di “disoccupazione tecnologica” (Keynes).

Certamente, gli studi e le analisi in proposito non paiono incoraggianti (McKinsey, Zew, PWC, OCSE), in quanto sembrerebbe che la maggior parte delle mansioni umane possano essere sostituite dai robot o da macchine non antropomorfe intelligenti. Questa paura della popolazione è evidenziata a livello europeo sia nei documenti che accompagnano il programma di finanziamento “Orizzonte 2020” (in cui è comunque prevista l’erogazione di soldi per progetti sull’automatismo) sia nella risoluzione del Parlamento europeo del 16 febbraio 2017, recante raccomandazioni in ordine alle norme di diritto civile sulla robotica (2015/2013) (NL).

Quest’ultimo documento, peraltro, fornisce, almeno per lo stato attuale della tecnologia, un’utile indicazione: non è possibile riconoscere una personalità giuridica (che è stata chiamata anche “elettronica”) alle macchine digitali (mancano infatti i requisiti previsti perché sia riconoscibile una capacità contributiva ai sensi dell’art. 53 della Costituzione). Non è pertanto profilabile, al momento, alcuna imposta diretta sui redditi per i robot, benché essa sia stata teorizzata in tutti i suoi elementi (Oberson).

Una diversa soluzione (questa applicata per esempio in Corea del Sud) è quella che prevede che le aziende ad alto contenuto tecnologico, la cui trasformazione digitale abbia come effetto negativo (‘esternalità negativa’ in termini economici) quello della perdita di lavoro da parte di essere umani, non possano accedere alle agevolazioni fiscali sugli investimenti.

Una terza soluzione, probabilmente la più condivisibile, ancorché inapplicata, è quella che, basandosi sempre sul concetto di esternalità, si rifà alle cosiddette imposte ambientali (Dorigo, Mastellone), per le quali si applica il principio (Pigou) che prevede che occorre introdurre prelievi fiscali su attività che recano danno ad altri. In questo senso, il tributo non colpirebbe la ricchezza prodotta ma l’effetto negativo della produzione stessa. La base imponibile – per questo modello di tassazione di un automatismo nocivo in termini di occupazione umana - sarebbe rappresentata dal risparmio conseguito dall’impresa in termini di retribuzione che la stessa avrebbe dovuto corrispondere per il lavoro non automatizzato. Ma proprio questo sarebbe, peraltro, il punto debole della proposta: si tratterebbe di una determinazione inefficiente (Bonomi).

A margine si evidenzia che detta soluzione non pare in contrasto con quanto è avvenuto in Italia negli ultimi anni - ossia la previsione di una serie di agevolazioni fiscali per promuovere la trasformazioni digitale delle imprese (i. e.: patent box, iper e super ammortamento, ecc.) -, poiché essa sarebbe praticabile una volta che la trasformazione in parola è ormai conclusa - che, infatti, la trasformazione debba avvenire, è necessario: se così non sarà, il Paese ne pagherà le conseguenze, tra l’altro, a livello di forza geopolitica.

Ad ogni modo - indipendentemente dal modello di tassazione dell’automatismo adottato -, quanto riscosso potrebbe essere investito dallo Stato per sostenere le riqualificazioni professionali di coloro che sono stati emarginati dal mercato dell’impiego. Un’ulteriore e diversa ipotesi potrebbe essere quella di istituire un reddito di cittadinanza (Casaleggio). Naturalmente rimarrebbe ferma la tassazione dei redditi d’impresa come la conosciamo attualmente, i quali dovrebbero comunque tendere a salire proprio grazie all’utilizzo dei macchinari evoluti.

Si pongono, a questo punto, due riflessioni: la prima concerne il ruolo dello Stato, in quanto esso deve essere chiamato a fare la sua parte istituzionale ed essenziale, ossia quella di trovare il giusto mezzo tra favorire la trasformazione e contenerla, di maniera che essa sia gestita e che, soprattutto, la eventuale nuova ricchezza prodotta sia ridistribuita; la seconda attiene al fondamento della discussione stessa, poiché le teorie tributarie riportate più su hanno ragion d’essere solo se, effettivamente, il mercato del lavoro umano è in pericolo. Questo dato non è certo né sicuro. La storia, infatti, ci indica che difficilmente la tecnologia ha creato disoccupazione, se non per brevi periodi transitori e per alcune fasce di popolazione, identificabili soprattutto sulla base dell’età anagrafica. In ogni caso ragioni di prudenza (virtù cardinale) impongono di tenere in considerazione i più diversi scenari. Su questo principio sono convergenti sia la cultura economica sia quella giuridica.
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