Innovazione

7 settembre 2019

L’interfaccia, i sistemi operativi e la comunicazione

Autore: Simone Carunchio
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BrainGate è il nome della tecnologia che studia il possibile interfacciamento tra il cervello umano e la macchina via reti senza fili. Si tratta di una frontiera avveniristica che richiede di praticare esperimenti che, agli occhi di un profano, potrebbero sembrare orrorifici, ma che potrebbero rendere, per esempio, la vista ai ciechi o l’udito ai sordi (- si rasenta il miracolo!). Skin Mark, invece, è un’interfaccia basata su un inchiostro sensibile che può essere applicato sulle mani e che permette di gestire, mediante semplici gesti, apparecchiature elettroniche. Si tratta di interfacce, come Windows, Android o macOS. L’interfaccia: la metafora della nostra epoca informatica, mediatica e comunicativa.
Per la comoda fruizione degli apparecchi elettronici un elemento fondamentale è quello dell’interfaccia.

Alcuni di noi possono ricordare che l’autentica ‘svolta’ che fece sì che la tecnologia entrasse facilmente e definitivamente nella nostra vita quotidiana fu quando i personal computer furono dotati di una interfaccia grafica, ossia del famosissimo Windows. In particolare della ormai ‘preistorica’ versione 3.1, contenuta in ben sette dischetti (floppy). La vera rivoluzione di tale interfaccia, che non faceva altro che tradurre i comandi ms-dos (linguaggio di programmazione interfaccia allo stesso tempo – MicroSoft-Disk Operating System) in elementi visuali e gestibili con il mouse, fu che si potevano gestire più attività in contemporanea su altrettante finestre. Il dos è un sistema operativo che fu lanciato da Microsoft nel 1981 e ideato su richiesta di IBM.

In precedenza i comandi al computer erano tutti solo ed esclusivamente scritti con la tastiera ed era possibile utilizzare la macchina per una sola attività alla volta.

Col tempo Windows si svincolò sempre più dal dos, la cui ultima versione risale al 2000, e divenne a sua volta un sistema operativo. All’interno di Windows il dos, tuttavia, è ancora presente e nello stesso tempo è affiancato da Powershell (una sorta di versione semplifica e aggiornata del ‘vecchio’ sistema operativo).

Altrettanto conosciuti sono, naturalmente, Android o macOS (per i computer Apple).

L’interfaccia, in generale è normalmente definita come quell’ente che agisce da elemento comune, in parte di separazione e in parte di collegamento, tra due o più altri enti.

Nell’ambito dell’elettronica in senso stretto si distingue l’interfaccia ibrida da quella utente.

L’interfaccia ibrida è il sistema o il canale di connessione e di adattamento tra due sistemi che possono anche funzionare con diverse modalità. L’interfaccia utente, quella di cui al dos o al Windows, è la parte di un programma con cui l’utente interagisce e l’aspetto che assume visivamente. Si distingue quindi l’interfaccia testuale (quella del dos) e l’interfaccia grafica (quella del Windows).

Le interfacce finora menzionate sono quelle più comuni e già ampiamente sviluppate, soprattutto in relazione all’intuitività di utilizzo. Ed è esattamente tale intuitività il motore e lo scopo di alcune nuove ricerche in proposito.

Tra quelle più visionarie è possibile annoverare quella della startup Neuralink. Se finora, almeno per il grande pubblico, le interfacce messe a disposizione sono tutte utente, la nuova società è intenzionata a fornire all’umano delle interfacce ibride. L’idea è quella di connettere (interfacciare) il cervello umano con le apparecchiature tecnologiche mediante una connessione a banda larga impiantata con tecnologia robotica.

Si tratta di un obiettivo che si potrebbe definire avveniristico e che è finanziato dall’imprenditore sudafricano Elon Musk - ossia colui che, tra l’altro, oltre, per esempio la Tesla, ha finanziato (e fondato) la compagnia SpaceX per la colonizzazione di Marte, la quale si sovvenziona mediante appalti commissionati dalla NASA (l’Ente Spaziale statunitense), per la costruzione di apparecchiature speciali pe viaggi interstellari.

In inglese la tecnologia in parola è chiamata BrainGate e non è nuovissima. Già nel 2006, infatti, è stato sperimentato il primo impianto nella carne umana di un dispositivo per creare un collegamento tra un cervello e un apparecchio tecnologico. Le novità sono che gli elettrodi di nuova ideazione (più sottili di un capello) non sono più rigidi ma flessibili, assicurando in questa maniera meno invasività e che è possibile avere delle connessioni senza fili estremamente efficaci. Per il momento il più difficile problema da risolvere non è tanto l’impianto in sé, poiché i ricercatori della startup hanno costruito, peraltro, un robot neurochirurgo all’uopo, quanto piuttosto che per l’operazione è ancora necessario trapanare il cranio (!? - sì, avete letto bene: ‘trapanare il cranio’).

Già, è vero, pare di descrivere una di quelle scene di fantascienza gotica del dopo seconda guerra mondiale alla Frankstein; ma, a detta degli sviluppatori, la nuova tecnologia in parola potrebbe, oltre che far sviluppare le capacità del cervello (!? - sarà poi vero?), permettere di ridare la vista ai ciechi, l’udito ai sordi e gli arti a chi li ha persi. Gli elettrodi, infatti, raccoglierebbero le informazioni all’uopo necessarie che verrebbero immagazzinate in un piccolo elaboratore, il quale a sua volta, comunicherebbe via etere con gli altri apparecchi visivi, uditivi, ecc.

Si tratta di una prospettiva visionaria che potrebbe richiedere, per essere effettivamente messa in pratica, decenni interi. Più a portata - e sicuramente meno impressionanti - sono invece quelle ricerche che tentano di creare delle interfacce mediante delle sorte di tatuaggi. In Svezia, per esempio, si sta diffondendo il chip sotto pelle che permette, tra l’altro, di pagare senza dover sortire il denaro o la carta di credito o di utilizzare il cellulare.

In Germania, invece, i ricercatori dell’Università di Saarland, in collaborazione con Google, infatti, hanno messo a punto una tecnologia che permette di sfruttare le curvature e la deformabilità della pelle per trasmettere e ricevere informazioni, come per esempio, rispondere a una telefonata (la cui ricezione è indicata mediante un’illuminazione degli stessi ‘disegni’) o alzare il volume della musica. Si tratta di circuiti più sottili di capelli (anche in questo caso, come in quello del BrainGate) che sono applicati sulla pelle mediante un inchiostro elettroconduttivo e che convergono verso un microcontrollore fissato al polso. Sono sensibili al tocco, alla pressione e al movimento. In inglese, tali ‘tatuaggi’, sono chiamati Skin Marks (Macchie cutanee).

Ma l’interfaccia non si limita a questo tipo di apparecchiature. La Ferrari, per esempio, è da anni che spende risorse per migliorare e sviluppare l’interfaccia tra l’umano e l’automobile. E molti dei ritrovati che è possibile utilizzare sulle vetture da commercio di massa derivano da sperimentazioni effettuate sulle macchine da Formula 1.

Insomma, a partire dagli esempi riportati, l’interfaccia e il discorso sulla medesima possono rappresentare una delle metafore per descrivere l’epoca attuale. L’interfaccia è, infatti, un apparecchio che attiene alla comunicazione. E, in particolare, alla comunicazione mediata. Uno degli argomenti di riflessione e pensiero che maggiormente, oltre le questioni ecologiche, impegna tra i migliori pensatori contemporanei. Tra questi non si può non citare lo Shannon, fondatore della “teoria dell’informazione”. Inoltre l’interfaccia rappresenta uno dei campi di ricerca che si presta a essere maggiormente esplorato a livello tecnologico, poiché motore della relativa evoluzione e diffusione.
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