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Innovazione

28 settembre 2019

Lo smart working, la flessibilità e il professionismo

donna lavoro
Il professionismo rappresenta, grazie alla natura flessibile e multiprocessuale che lo caratterizza, il futuro del lavoro. Il professionismo è già ‘smart’. Il professionismo pare rappresentare il modello a cui si dovranno ispirare anche i lavoratori dipendenti per esercitare il proprio mestiere da casa (telelavoro) o in mobilità (lavoro agile). Si tratta di una modalità lavorativa, che, per quanto non ancora diffusamente praticata a causa delle difficoltà che incontrano sia i lavoratori - in ordine alla concentrazione e alla gestione del tempo -, sia gli organizzatori del lavoro - in relazione alla privacy, alla sicurezza e alla governance -, trova il favore sia del legislatore, in ordine al lavoro dipendente pubblico, sia dei lavoratori, per l’aumento della produttività, dell’efficienza e, quindi, dell’autostima.
Tra le varie opportunità che l’evoluzione delle telecomunicazioni permette di esplorare vi è quella del ‘telelavoro’ o del ‘lavoro agile’ o, per chi ama gli anglicismi, ‘smart working’; ossia la possibilità di lavorare a distanza rispetto al classico ufficio o studio professionale.

Il che può avvenire, teoricamente, sia in mobilità sia da casa. È certamente quest’ultima possibilità quella che può essere maggiormente praticata, anche perché lo studio del fascicolo di una pratica, di un articolo o di un libro è certamente più facile in un ambiente chiuso che all’aria aperta, ma ciò non implica che anche in mobilità possano essere espletate numerose mansioni, in particolare burocratiche. Tale distinzione potrebbe essere indicata nelle locuzioni ‘lavoro agile’, in ordine al lavoro in mobilità, e ‘telelavoro’, qualora sia prevista una postazione di lavoro fissa (normalmente, appunto, a casa). In inglese, invece, essa, lessicamente, non sussiste.

Si tratta di una pratica che sta prendendo sempre più piede, in tutti gli ambiti lavorativi: professionali, imprenditoriali, pubblici e privati. I soggetti coinvolti sono da una parte i lavoratori e dall’altra i datori di lavoro o i ‘capi’.

Se da una parte, il telelavoro o il lavoro agile non trovano una specifica normativa in ambito privatistico - salvo un contratto quadro del 2004 e un accordo quadro europeo del 2002 -, dall’altra, nell’ambito del lavoro dipendente pubblico, è possibile fare riferimento alla L. n. 191/1998, al D. P. R. n. 70/1999 e all’accordo quadro del 2011.

Al di là delle discipline legali, in una ricerca dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano, presentata il 21 maggio 2019, basata su un campione di 4133 studi professionali di commercialisti, avvocati e consulenti del lavoro, situati in tutta Italia, è risultato che solo il 50%, in media, degli studi professionali ha adottato questa nuova prospettiva. Tra questi il 29% consente l’opportunità ai soli professionisti e solo il 22% anche ai dipendenti. Le percentuali scendono ancora trattando del distacco completo del lavoratore. Solo il 5% dei dipendenti degli studi può avvalersi del telelavoro.

Per quanto concerne la prospettiva dei lavoratori, dalla medesima ricerca si evince che il 15% degli intervistati ha costatato, lavorando da casa, un aumento delle proprie distrazioni esterne. Se, infatti, la scrivania è un elemento costrittivo e gli ‘open space’ sono rumorosi, essi assicurano in ogni caso quella stabilità necessaria per una ‘routine’ produttiva. Altre problematiche del telelavoro derivano dalla perdita del senso del tempo e dal rischio di assumere decisioni sbagliate. Nello stesso tempo, però, gli stessi lavoratori affermano che la loro operosità è più efficace (34%), più produttiva (33%) e anche più autonoma (29%).

In ambito aziendale, invece, da una recente ricerca di IDC (International Data Corporation) - una società mondiale specializzata in ricerche di mercato, servizi di consulenza e organizzazione di eventi nei settori ICT e dell’innovazione digitale - si estrapola che il 55,56% delle imprese italiane pratica o ha intenzione di praticare il telelavoro o il lavoro agile. I fattori che invece frenano l’adozione di questo tipo di rapporto lavorativo concernono questioni di sicurezza, privacy e governance.

Inoltre occorre considerare che i lavoratori, in particolare i dipendenti, eventualmente coinvolti in questo tipo di rapporto, devono essere formati. È infatti necessario prevedere sia un insegnamento sulla parte più tecnica, come per esempio l’uso degli apparecchi elettronici e dei nuovi ritrovati nell’ambito delle telecomunicazioni - quali il cloud -, sia sulla parte attinente alle relazioni con gli altri, siano essi altri lavoratori o clienti o utenti. In ordine a questi ultimi, infatti, è necessario che i lavoratori siano istruiti su come comportarsi in caso di videochiamata, in ordine, per dire, allo sfondo sul quale presentarsi. In merito, invece, al rapporto con gli altri lavoratori, un aspetto da non sottovalutare è la relazione con i ‘capi’. Anche loro, infatti, devono essere ‘educati’, poiché, spesso, sono abituati ad avere i collaboratori sempre accanto a loro e, pertanto, a controllarli. In questo senso le forme di controllo devono cambiare e, ad ogni modo, occorre imparare a sviluppare un senso di fiducia nei confronti degli altri.

D’altro canto è la cultura lavorativa che si deve adeguare alle nuove esigenze sociali (in particolare della famiglia): non è più il tempo del lavoro ad orari fissi, che, una vota scoccati, potevano permettere di godere di qualche ora di ferie. La flessibilità rappresenta il futuro del lavoro, benché si possa ‘accusare’ la sensazione di non ‘staccare’ mai.

In questo senso, il modello professionale appare essere quello esemplare: esso, infatti, rappresenta un tipo di occupazione che, in un certo senso, non ‘tradisce’ mai: è sempre con la persona che lo esercita, accompagnandolo in ogni dove e in ogni tempo. Anche ai dipendenti sarà sempre più richiesta la professionalizzazione, che, se da un lato richiede specializzazione, dall’altro non può che risultare un’attività ‘generalista’, o, quanto meno, multitasking (multiprocessuale) - esattamente come i sistemi operativi dei nostri cari computer – in ogni caso: onnipresente.
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