Innovazione

22 dicembre 2018

Profili fiscali della sharing economy

Autore: Giovambattista Palumbo
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La sharing economy è un’economia in continua evoluzione. Dal punto di vista fiscale, gli Stati nazionali dovrebbero semplificare e chiarire l’applicazione della normativa all’economia collaborativa, laddove comunque le piattaforme dovrebbero cooperare appieno con le autorità nazionali per la registrazione delle attività economiche che sulle stesse si svolgono, agevolando anche la riscossione delle imposte.

L’Economia della condivisione - L’economia collaborativa pone molti interrogativi e genera senza dubbio alcune criticità nel rapporto con il tessuto economico e sociale esistente.
Le attività delle due più note piattaforme della sharing economy, Uber e Airbnb in testa, sono state oggetto di attenzione in molti Paesi del mondo da parte delle diverse autorità competenti, e ciò sia a livello locale che a livello nazionale ed internazionale.
A Bruxelles, c’è stata, ad esempio, la presa di posizione di netto favore alla sharing economy espressa dal Vice Presidente della Commissione Europea Jyrki Katainen, che recentemente si è tradotta in una comunicazione della Commissione Europea (2 Giugno 2016, Comunicazione COM(2016)356 – A European agenda for the collaborative economy), con cui la Commissione Europea ha preso posizione sul tema, enucleando linee guida (non vincolanti) e orientamenti di tipo legale e di policy diretti alle autorità pubbliche, agli operatori del mercato ed ai cittadini interessati.
Sotto il profilo fiscale, peraltro, la citata Comunicazione afferma che, come gli altri operatori dell’economia, anche i prestatori di servizi e le piattaforme dell’economia collaborativa sono tenuti a pagare le imposte pertinenti tra cui le imposte sul reddito delle persone fisiche, delle società e l’imposta sul valore aggiunto.
E gli Stati membri sono incoraggiati a continuare a semplificare e a chiarire l’applicazione della normativa fiscale all’economia collaborativa, laddove comunque le piattaforme dell’economia collaborativa dovrebbero cooperare appieno con le autorità nazionali per la registrazione delle attività economiche, agevolando anche la riscossione delle imposte.
Anche a livello nazionale i dubbi ed i timori che circondano la Sharing Economy hanno inciso sul disegno di legge italiano dell’intergruppo innovazione (A.C. 3564, presentato il 27 gennaio 2016), che, pur contenendo diversi spunti di sicuro interesse, che colgono molte delle specificità di questo nuovo fenomeno, si è mosso con cautela in un terreno politicamente difficile, stretto tra le richieste degli operatori della sharing e l’oppo¬sizione delle tradizionali associazioni di categoria.

Una legislazione sulla sharing economy - La prima domanda è la seguente: occorre una disciplina?
La risposta è senz’altro positiva. E non solo da un punto di vista fiscale.
La Sharing Economy interviene su settori fortemente regolati (trasporti, turismo, lavoro), dove il libero agire delle regole del mercato, in assenza di un organico intervento di ripensamento delle regole, comporterebbe inevitabili e sempre più aspri contrasti con e tra gli operatori.
Un primo rischio da evitare è però quello di legiferare sulla base di una fotografia del fenomeno non sufficientemente precisa, o comunque in movimento.
La stessa Commissione Europea, nel già citato intervento, raccomanda un costante monitoraggio delle evoluzioni del fenomeno, al fine di poter progressivamente “aggiustare il tiro” della relativa disciplina.
Ciò però non appare una ragione sufficiente per rinunciare ad una legislazione, che indichi, almeno, i principi generali, da verificare poi sul campo.
Una seconda difficoltà tipica della regolazione della sharing economy attiene al fatto che questa si trova ad essere oggetto di regolamentazione di competenza del legislatore sovranazionale, nazionale, regionale e talvolta addirittura comunale, con confini spesso labili tra le diverse norme e competenze a legiferare.

Profili fiscali - Il citato disegno di legge dell’intergruppo innovazione individua il requisito della non professionalità quale chiave per l’accesso ad un regime giuridico/fiscale di favore previsto per l’economia collaborativa.
Un’area, quindi, a tassazione agevolata, i cui limiti dovrebbero essere individuati, settore per settore, in maniera differenziata a seconda delle loro caratteristiche peculiari, come suggerisce anche la Commissione Europea, risultando inevitabilmente errata in difetto o, a seconda dei casi, in eccesso, una misura unica valida per tutte le aree della Sharing Economy.
La previsione di un regime giuridico e fiscale più leggero e di favore per i soli operatori non professionali della sharing, che quindi tenda a mantenere la disciplina ordinaria per gli operatori professionali ed i gestori dei servizi, permetterebbe, del resto, di rendere meno conflit¬tuali i rapporti tra l’economia tradizionale e l’economia collaborativa, riducendo, sia in termini quantitativi che qualitativi, la concorrenza tra i due sistemi.
La stessa Commissione Europea, nella sua comunicazione più volte citata, dopo aver raccomandato di differenziare regimi fiscali a seconda della concreta attività svolta, ha evidenziato inoltre che una delle caratteristiche in¬teressanti dell’economia collaborativa è, sotto il profilo fiscale, la possibilità delle piattaforme di tracciare le transazioni dei prosumer.

E, sotto tale profilo, le alternative sono dunque tre:
  1. giungere all’individuazione nelle piattaforme di veri e pro¬pri sostituti d’imposta (soluzione questa peraltro recentemente seguita in Italia dal Dl 50/17), che, per funzionare, necessiterebbe comunque di un sistema centralizzato, con poche piattaforme dotate di personale dedicato e fortemente interoperanti tra di loro e con lo Stato centrale (altrimenti, ad esempio, la singola piattaforma potrebbe avere difficoltà nel verificare il rispetto del limite dei 10.000 euro annui complessivi per l’attività del prosumer su tutte le decine di piattaforme esistenti);
  2. oppure, seguire l’esempio di talune piattaforme che già hanno avviato collaborazioni con diversi enti locali, al fine di procedere alla raccolta di tasse locali ed al versamento dei proventi alle amministrazioni secondo una struttura di collect and remit,
  3. oppure (seguendo l’esempio indicato dalla stessa Commissione Euro¬pea, che segnala quanto fatto dal governo Estone), chiedere alle piattaforme di inviare all’Amministrazione finanziaria i dati relativi alle transazioni degli utenti registrate dai propri sistemi.

In ogni caso, occorre anche individuare modalità per informare i prosumer dei loro obblighi fiscali, con finalità di moral suasion.

Conclusioni - Anche sulla base di tali considerazioni nel già citato D.L. 50/17, è stata inserita una norma che “costringe” i portali ad effettuare una ritenuta alla fonte sugli affitti turistici conclusi grazie all’intermediazione delle loro piattaforme.
L’articolo 4 del D.L. 50/17 stabilisce quindi una stretta (ad oggi, a dire il vero, inattuata) sugli affitti brevi, ovvero quelli di durata inferiore ai 30 giorni, stabilendo, da un lato, la possibilità di pagare la cedolare secca al 21% anche per questo tipo di locazioni e dall’altro che l’imposta venga direttamente riscossa, con ritenuta alla fonte, da parte degli intermediari, anche quando questi operino attraverso portali online.
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