23 febbraio 2022

La commercialista suicida di Torino? Nel profondo, la capisco

Buongiorno Direttore Gigliotti,

Sono giorni che rifletto sulla tragedia della collega di Torino, del suo gesto così estremo e della battaglia che Lei e la sua redazione state intraprendendo.

Devo essere estremamente onesta nel dirle che il primo pensiero che ho avuto quando ho letto l'articolo relativo alla collega è stato "caspita come la capisco" e la cosa ha scatenato in me un'immensa rabbia e le scrivo proprio per spiegarle il motivo di tanta rabbia.

Il motivo è molto semplice e ricade nella falsità e nell’ipocrisia di tutta la categoria a cui apparteniamo, perché noi commercialisti siamo dai gran masochisti con noi stessi ma soprattutto lo siamo di più coi nostri colleghi e maggiormente coi collaboratori.

Ammesso e non concesso che lo Stato non ha mai posto in essere delle concrete tutele alle donne “partite IVA” in generale, non garantendo alcun diritto alla gravidanza ed alla maternità di quest’ultime, comportando l’esistenza di mamme di serie A (con tutte le tutele del caso e alle volte tali da consentire di abusarne) e mamme di serie B che la parola tutela non sanno neanche che cosa significhi, sono gli stessi Dottori/Ragionieri Commercialisti a creare e favorire o quanto meno a non sfavorire, cotanto disagio legato alla maternità.

Le premetto che io non ho ancora figli nonostante abbia quasi 37 anni (e non so neanche se mai ne avrò, visto che il mio compagno è anche mio collega nonché titolare dello studio per il quale attualmente lavoro e di certo la situazione lavorativa attuale non favorisce di sicuro il voler mettere su famiglia), quindi non ho mai vissuto in prima persona il disagio di tante altre colleghe, ma le posso assicurare che ho passato anni con il terrore di una gravidanza e credo che come me, tantissime altre colleghe hanno o stanno vivendo la stessa sensazione.

Chi come me inizia la propria attività lavorativa come collaboratore di uno studio, aprendo la propria partita iva personale e sottoscrivendo un contratto, sa benissimo che non ha tutele, che i contratti che vengono redatti e sottoscritti con gli studi professionali non prevedono la gestione di una maternità e anzi, proprio il fatto che tale possibilità non è prevista, spesso e volentieri è la primissima scusa per poter risolvere anticipatamente il contratto.

È proprio l’assenza spesso volontaria di tutele o clausole contrattuali che prevedono la gestione di un’ipotetica maternità, in combinazione all’assenza di previsioni normative, che portano a rischiare di partorire in ufficio e a tornare operative appena è possibile stare in piedi.

Spesso già il fatto che sei una donna significa dover dimostrare quanto vali molto di più rispetto a colleghi uomini agli occhi dei tuoi datori di lavoro (io ho iniziato la mia attività professionale in uno studio dove ero l’unica donna abilitata su 13 professionisti), inoltre ogni volta che cerchi di ottenere qualcosa o dici semplicemente “avrei bisogno di parlarti” si ottiene come risposta… “non sarai mica in cinta!!?”.

Conosco colleghe alle quali i contratti non sono stati rinnovati perché diventate madri, che i compensi sono stati ridotti perché diventate madri, che sono state portate all’esasperazione perché dovevano scegliere se essere professioniste o madri, a prescindere dal fatto che continuassero a lavorare ininterrottamente nonostante dolori del parto, allattamento o problemi di salute del nascituro.
Detto ciò, io non so e non posso sapere cosa abbia spinto la collega ad un gesto così tanto estremo… però nel profondo IO LA CAPISCO.
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata
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