18 febbraio 2022

Tra scadenze e lutti mi dimenticai di essere incinta. Il medico: non hai nemmeno avuto il tempo di piangere

Buongiorno direttore,
Quando ho iniziato ad esercitare la professione non era necessario iscriversi all’università. Dopo avere concluso ragioneria si lavorava circa dieci ore al giorno e poi si studiava la sera per affrontare l’esame di Stato. Di solito si operava all’interno di studi in cui non era facile rimanere e si doveva essere disposti a tutto per svolgere e portare a termine il praticantato.

Dopo dieci anni di lavoro ho cercato la gravidanza. In questo caso il problema non è stato l’affrontare la gravidanza in sé quanto piuttosto il dover ricominciare da capo ritornando in studio.

Durante la mia assenza le aziende che avevo in carico furono affidate ad altri colleghi e, quindi, mi ritrovavo a fare dieci anni dopo anche le cose più banali. Ricordo che quando stetti per entrare in sala parto, mio marito mi sorreggeva il telefonino perché’ dallo studio in cui lavoravo mi avevano contattato per un’urgenza.

La seconda gravidanza è stata la più devastante da un punto di vista psicologico. A mia madre era stato diagnosticato un tumore al seno cinque anni prima già in metastasi e, in quel periodo capii quanto era importante lottare insieme ai propri fratelli o sorelle per cui decisi di dare un fratello o una sorella alla primogenita. Ma, quando scoprii di essere incinta mi fu comunicato che anche a mio padre era stata diagnosticata una metastasi e alla mia primogenita una forma di “nanismo ipofisario” che necessitava di ospedalizzazioni e cure a Verona.

Fu un periodo in cui mi dimenticai di essere incinta. Correvo tra le calli di Venezia, dopo esser uscita dall’ufficio sorreggendo il pancione per raggiungere l’ospedale ed assistere nella notte mio padre per poi alla mattina ritornare in studio come se niente fosse. Mori dopo poco, ma non ebbi nemmeno il tempo di elaborare il lutto perché era l’8 maggio, tempo di scadenze importanti ed improrogabili per chi svolge la nostra professione. Allattavo la piccola e chiudevo i bilanci, correvo a Verona e nelle lunghe attese all’ospedale, allattavo e controllavo dichiarativi.

Mia madre mori 11 mesi dopo, il 9 aprile, essendosi completamente abbandonata allo sconforto dopo la morte di mio padre. Anche in questo caso, poche settimane dopo, sempre a maggio di nuovo le scadenze: le dichiarazioni dei redditi e veramente pochissimo tempo per prendersi del tempo per sé e rielaborare il lutto.

Mi ricordo molto chiaramente che un giorno mi ritrovai svenuta in ufficio sotto la scrivania. Ero fortemente debilitata dall’allattamento, dallo stress e dal lutto. Quando arrivò l’ambulanza ed il medico mi portò in sala riunioni per una visita si fece raccontare quali circostanze mi avevano portato ad una condizione fisica e mentale simile. Mi disse: “Non hai nemmeno avuto il tempo di piangere”.

La mia primogenita ha una disabilità. Tengo un diario in cui regolarmente le scrivo delle lettere che potrà leggere quando sarà grande. È il mio modo per chiederle scusa del poco tempo che le ho dedicato a causa della mia professione.

Chi non è lavoratore dipendente ma è un libero professionista non può permettersi né di avere dei lutti né di vivere una gravidanza come i corsi pre-parto ti insegnano. Quando i tuoi bambini nascono ti perdi anche i momenti più belli, come la prima volta che dicono la parola “mamma”.

Elisabetta
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata
Iscriviti alla newsletter
Fiscal Focus Today

Rimani aggiornato!

Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, e ricevi quotidianamente le notizie che la redazione ha preparato per te.