14 ottobre 2015
14 ottobre 2015

14:37 - Cassa deposito e prestiti 'tasta il polso' delle Pmi italiane: mancano gli investimenti

Nonostante le diverse caratteristiche strutturali ed economiche di Italia, Germania, Francia e Spagna, le Piccole e medie imprese hanno un ruolo centrale per la crescita in Europa. Lo sottolinea “SME Investments and Innovation”, uno studio congiunto condotto da Cassa depositi e prestiti insieme alla KfW tedesca, Bpi (Fr) e Ico (Es). Nel 2013 erano più di 13 milioni le Pmi attive nei quattro paesi analizzati, oltre il 98% del totale; tuttavia il mercato continua a risentire della crisi economica e finanziaria, che ha generato un deterioramento delle prospettive di business e difficoltà nell’ottenimento di finanziamenti.

Per questo motivo negli ultimi anni, in tutti e quattro Paesi analizzati, le piccole e medie imprese hanno ridotto la quota di investimenti in innovazione (-43% dal 2008 al 2013 in Italia). Un ruolo importante potrà giocare, sottolinea lo studio, il Piano Juncker, che prevede una “SMEs Window” di 75 miliardi di euro sui 315 miliardi di euro complessivi.

Nel report, le piccole e medie imprese sono viste come la spina dorsale e allo stesso tempo il tallone d'Achille dell'economia italiana. Nel 2013, le pmi costituivano il 99,9% delle imprese, contro lo 0,1% di grandi aziende (con più di 250 dipendenti). La crisi finanziaria del 2008 ha impattato in modo disomogeneo sul sistema industriale italiano: in cinque anni si è registrato un -41% nel numero di imprese (638mila, circa 128mila all'anno, 354 al giorno) eppure, malgrado il trend negativo, le piccole e medie imprese hanno aumentato la percentuale di forza lavoro assorbita (dal 72,4% nel 2008 al 77,5% nel 2013). Il 42% degli oltre 2 milioni di posti di lavoro tagliati nei cinque anni della crisi è da ricondurre alle grandi aziende, che pure nel 2013 rappresentavano solo lo 0,2% delle imprese italiane.

La crisi ha avuto un forte impatto sugli investimenti nel settore. Il numero di aziende disposte a investire è sceso del 43% dal 2008 al 2013. Solo le aziende con più di 10 dipendenti hanno reagito pro-attivamente alla crisi continuando a spendere. Macchinari, tecnologie Ict e il capitale umano hanno assorbito la maggior parte dei capitali investiti, superando le spese per terreni ed edifici.

Sono principalmente le grandi aziende, però, a investire nei macchinari (87,9%): per le pmi si scende all'82,4% tra le micro-imprese e all'85,8% per quelle di medie dimensioni. Grande differenza tra le pmi e le grandi aziende anche per quanto riguarda gli investimenti nel capitale umano nel periodo 2011-2013: hanno interessato dal 2,5% (micro-imprese) al 10% (medie) le pmi, contro il 22% delle grandi imprese coinvolte.

Gli investimenti sono legati all'accesso ai finanziamenti e al mercato. Se le micro e grandi aziende tendono a fare conto sulle proprie risorse (rispettivamente nel 70 e nel 64% dei casi), le piccole e medie imprese si affidano a strategie alternative, in primis il leasing. A bloccare gli investimenti, secondo le aziende, sono stati principalmente i prospetti finanziari negativi, a seguire i limiti economici e infine la mancanza di risorse umane.

La distribuzione di pmi in Italia non è omogenea. Il 55,6% si trova al Nord, contro il 22,8% del Sud e delle Isole. Una differenza ancora più evidente se si guarda al numero di dipendenti: 60% di impiegati al Nord, 17,3% al Sud. Le piccole medie imprese del Meridione hanno in media 4 impiegati ciascuna, contro la media di 6 registrata nel Nord del Paese. Il Centro ha una condizione intermedia: vi si concentrano il 21,6% delle pmi e il 19% della forza lavoro. A Nord-Est si concentra anche la percentuale più alta di investimenti.

Se a inizio della crisi, fino al 2011, le grandi aziende registravano un volume maggiore di investimenti, le pmi hanno saputo riprendersi più velocemente dimostrandosi più dinamiche nel periodo 2011-2013. La crisi interna ha spinto le aziende a "guardarsi intorno", aprendosi all'internazionalizzazione tramite investimenti e nuove strategie.

Gli investimenti sono strettamente collegati all'apertura estera: nel 2015 il numero di aziende italiane che investivano nel settore della ricerca e dello sviluppo - vitale per la competitività - e sul mercato estero contemporaneamente è 5 volte più alto di quelle che investivano senza aprirsi sul piano internazionale.

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