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Nel Mezzogiorno, non c'è una maggioranza di fannulloni, ma un esercito di lavoratori disponibili a lavorare immediatamente, che non trova altro sbocco che nell'economia sommersa. E' quanto emerge dal primo saggio della collana 'Approfondimenti' di Italia Lavoro, realizzata da Roberto Cicciomessere e Leopoldo Mondauto, e presentata oggi a Palermo, in occasione del convegno 'Occupazione femminile: problema del Mezzogiorno? Le politiche e i servizi per il lavoro delle donne'. L'iniziativa è stata organizzata dal progetto 'LaFemMe' di Italia Lavoro, in collaborazione con il dipartimento di Scienze economiche, aziendali e statistiche dell'ateneo siciliano.
Ben 2 milioni di inattivi meridionali, si legge nell'indagine, sono in gran parte lavoratori disponibili a lavorare immediatamente che però non hanno cercato un'occupazione nelle quattro settimane precedenti l'intervista dell'Istat e solo per questo non sono considerati disoccupati. Questi lavoratori potenziali sono in gran parte costituiti da persone, in maggioranza donne, che sarebbero disponibili immediatamente a lavorare in modo regolare se si presentasse l'occasione. Hanno un forte attaccamento e propensione al lavoro non molto diversi dai disoccupati, in buona parte si rivolgono presso i centri per l'impiego pubblici e privati per cercare un lavoro regolare, sottoscrivono la dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro, per cui sono considerati dallo Stato disoccupati amministrativi e in alcuni casi percepiscono anche l'indennità di disoccupazione.
Non cercano attivamente un'occupazione, anche perché sono scoraggiati e non ritengono che sia possibile, a buon ragione, trovare un lavoro regolare attraverso i canali formali. La ricerca dimostra che nel Mezzogiorno non vi è una maggiore convenienza a cercare attivamente un lavoro, anche perché i canali che funzionano sono altri, quelli che passano attraverso le amicizie e le clientele.
Sempre secondo l'indagine di Italia Lavoro, bisogna puntare soprattutto su tre risorse esistenti in grande misura nel Mezzogiorno: beni culturali e ambientali mediamente superiori a quelli disponibili nel Centro-Nord; una specializzazione agricola di notevole rilievo nel panorama nazionale ed europeo ma da sempre sottovalutata; risorse di conoscenza scientifica non trascurabili negli atenei legate al ruolo dell'università pubblica.
"Tanto l'analisi quanto le linee di policy suggerite - dice Antonio Purpura, docente di Economia industriale all'Università di Palermo - individuano nella crescita dell'industria turistica il perno attorno a cui impostare un modello di sviluppo endogeno: ruotano attorno alla constatazione che il Sud deve provare a farcela da solo; o almeno prevalentemente da solo, e soprattutto guardando alle risorse di cui dispone. Da questo punto di vista - fa notare - la valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale costituisce il primo e più immediato campo nel quale provare ad esercitare la spinta verso lo sviluppo, prevalentemente puntando sulla crescita dell’industria turistica".
Per Luigi Campagna, docente di Organization Theory del Mip, Politecnico di Milano, "il sistema produttivo potrebbe essere suscettibile di un salto di qualità nelle prestazioni, se nuovi modelli e nuove tecniche di gestione rendessero sostanzialmente ancora più flessibili le risorse produttive e in particolare le risorse umane". "Occorre adottare - suggerisce Campagna - un modello di relazione tra gli attori a somma positiva in cui il negoziato tra gli attori sociali ha lo scopo di individuare nuove soluzioni di organizzazione del lavoro, professionalità, salario e orario a livello aziendale".