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Tra tasse, multe, bolli auto mai pagati, contributi previdenziali e altri crediti insoluti, anche multipli per ogni singolo debitore e per importi spesso superiori alle soglie fissate, negli ultimi dieci anni l’amministrazione finanziaria ha condonato circa 52 miliardi di euro. Dal 2012 ad oggi, infatti, tutti i governi che si sono susseguito hanno accordato l’annullamento di questi ruoli. La riscossione di crediti pubblici non spontaneamente pagati, tuttavia, presenta da tempo grandi criticità: basti pensare che dal 2000 al 2020 è stato recuperato solo il 13,1% di queste somme, nemmeno 140 miliardi a fronte dei 1068. Un primo annullamento automatico dei debiti pendenti fino a 2mila euro, c’è infatti stato nel 2013 con il governo Monti, seguito da quello nel 2018 con il governo di alleanza M5S-Lega sotto la guida Conte, che ha disposto l’annullamento dei debiti fino a 1000 euro, con un’operazione che ha interessato circa 12,5 milioni di contribuenti per un valore di circa 32 miliardi di debiti tagliati. Nel 2019 un nuovo intervento del governo Draghi ha annullato d’ufficio i carichi di importi fino a 5mila euro, con una cancellazione stimata sui 20 miliardi. Con il nuovo Ddl di bilancio 2023, il governo Meloni si appresta poi a un nuovo annullamento automatico che dovrà incidere su uno stock di crediti fino a 1000 euro, pari a 55 miliardi. Si tratta così del quarto provvedimento in dieci anni, che, secondo la Relazione tecnica della Corte dei conti prevede minori entrate tra il 2023 e il 2032, per 1,6 miliardi.