7 giugno 2022

L’Italia non è un Paese in cui gli imprenditori possono prosperare

Autore: Direttore Antonio Gigliotti
"L’Italia non è un Paese in cui gli imprenditori e le imprese familiari possono prosperare ed in cui l’imprenditorialità viene premiata".

A metterlo nero su bianco è l’Unione Europea analizzando i dati forniti dai diversi Paesi del continente.

Come se non bastasse, stando alla rielaborazione della Commissione Europea, le pubbliche amministrazioni non sono adeguate ai bisogni delle piccole e medie imprese con ricadute importanti, per esempio, sul costo di apertura di una impresa o in relazione al tempo necessario per rispettare gli obblighi nei confronti del fisco.

Eppure, stando al 2021 SME Country Fact Sheet prodotto dalla stessa Commissione Europea, le piccole medie imprese italiane rappresentano il 99.9% del totale ed impiegano oltre 11 milioni e 251 mila addetti, ovvero il 76.1% del totale.

Sulla base di queste premesse, secondo l’UE “solo il 6.2% della popolazione ha intenzione di iniziare di avviare un’impresa nei prossimi tre anni, contro una media europea del 15.6%”.

Dati che confermano un sistema radicato di disincentivi all’imprenditorialità. Uno tra i tanti “l’accesso limitato alla finanza tradizionale” e “l’assenza di uno sviluppato ecosistema di venture capital”.

Come se non bastasse, “le piccole e medie imprese sono condizionate da requisiti amministrativi gravosi (più di 300 ore l’anno spese in adempimenti burocratici) ed una consistente pressione fiscale (fino al 64% del fatturato).

Allo stesso modo, le piccole-medie imprese sono condizionate da un accesso limitato a competenze tecniche e manageriali.

Poco bene, visto che l’Italia è anche il peggiore Paese dopo l’Olanda per riconoscimento di titoli professionali accreditati da Stati membri dell’Unione Europea.

Nel frattempo, le persone ad alte competenze migrano all’estero. Stando ai dati dell’Istat del 2019, un italiano immigrato su quattro ha almeno un titolo di studio. E negli ultimi cinque anni, gli italiani immigrati con almeno un titolo di studio sono aumentati del 23%.

Circa il 13% degli italiani che intraprendono un dottorato (molti di loro in discipline matematiche, tecnologiche, ingegneristiche e scientifiche) hanno trovato lavoro all’estero per mancanza di opportunità lavorative in Italia o salari troppo bassi.

Il tutto mentre il 70% delle imprese italiane lamenta di non potere investire in innovazione per mancanza di personale qualificato.

Nel frattempo, il livello di competenze medio dei migranti attratti dalle correnti politiche migratorie è inferiore rispetto a chi è nato in Italia.

Ma non è finita qui.

L’Italia si colloca nella peggiore posizione dopo la Grecia per quanto riguarda il tempo intercorso tra il termine ultimo della presentazione della domanda in una gara d’appalto e l’assegnazione dello stesso.

Stiamo parlando di ben 217 giorni.

Ancora una volta, facendo peggio solo di Grecia e Belgio, le piccole-medie imprese vincitrici di un appalto pubblico sono solo il 42%.
Sembra un epitaffio.

E forse lo è.

Lo ha scritto l’Europa.

Sulla tomba dell’Italia.
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