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Editoriali

24 maggio 2021

Sostegni-bis: fondo perduto “reddituale” e dichiarazioni entro il 10 settembre… c’è sempre un perché!

Autore: Sandra Pennacini e Giuseppe Avanzato
Professionista - lavoro
Il decreto Sostegni bis, con specifico riferimento ai contributi a fondo perduto, ha portato con sé buone notizie e, al contempo, cattive notizie, o forse sarebbe meglio dire – volendo essere generosi - buone notizie inquadrate in uno scenario che ha creato più di una perplessità.

Se il raddoppio in automatico del contributo a favore dei già beneficiari del CFP Sostegni è certamente da accogliere con favore, così come è interessante (per quanto, salvo casi straordinari, solo per chi non ha percepito il primo contributo) la possibilità di potersi nuovamente confrontare con l’agevolazione sulla base di un diverso periodo ai fini della verifica del calo del fatturato, è chiaramente sulla terza via, quella basata sul calo reddituale, che si incentrano le preoccupazioni.

Riepilogando in estrema sintesi: per accedere al CFP su base reddituale, occorre essere incorsi in una diminuzione del risultato economico 2020 rispetto al 2019. Di quanto? Ancora non si sa.

Laddove il calo reddituale risulti poi rispettare il requisito, a quanto ammonterà il contributo? Ancora non si sa, ma sappiamo che dal risultato del conteggio dovranno comunque essere sottratti tutti i contributi a fondo perduto ricevuti in precedenza (e chi ci legge è ben consapevole di quante misure agevolative stiamo parlando).

Gli interrogativi sopra riportati troveranno risposta in un apposito decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, il quale dovrà appunto stabilire la percentuale di “peggioramento” reddituale al fine di accedere al contributo e anche la percentuale dello stesso spettante.

Tutto questo - rullo di tamburi - a condizione che la dichiarazione dei redditi venga trasmessa telematicamente entro il 10 settembre 2021, ovvero con quasi due mesi di anticipo sui tempi più estesi recentemente concessi nel nome della semplificazione.

Tralasciamo in questa sede le lamentele (giusto per non far storcere ulteriormente il naso a quelli che intravvedono in questa pretesa una problematica risolvibile semplicemente “organizzandosi in studio”, come se tutti i loro colleghi che sono collassati alla notizia fossero incapaci di affrontare seriamente la professione), e pertanto evitiamo anche di ricordare quante complicazioni ulteriori ci attendono quest’anno, tanto “gli organizzati” hanno già certamente tutto chiaro (beati loro).

Concentriamoci piuttosto sulla vera domanda: perché mai si pretende il dichiarativo entro il 10 settembre?

E ancora, il decreto del MEF sarà pubblicato prima o dopo tale data?

Le risposte possono essere almeno due, e la dicono lunga su come siamo messi.

Una prima ipotesi è incentrata sulla fiducia notoriamente riposta nei contribuenti: se si conoscesse in anticipo la misura del calo reddituale che sarà fissata per concedere l’accesso al contributo, il timore dell’amministrazione potrebbe essere quello che qualche contribuente “veicolasse” il risultato del 2020 in modo da rientrare nei parametri.

La seconda ipotesi, che non esclude affatto la prima, bensì la affianca, è semplicemente quella che riporta alla memoria il caso “credito d’imposta sanificazione”, ovvero i soldi sono pochi e bisogna trovare una quadra. Si legge nel decreto che per le finalità di cui ai commi da 16 a 24 (ovvero il CFP basato sul calo reddituale) è destinata una somma non inferiore a 4.000 milioni di euro, cui eventualmente si aggiungeranno le somme stanziate per il CFP basato sullo scarto di fatturato “Aprile / Marzo” che risultassero inutilizzate.

Detto in altri termini, non si ha nemmeno contezza di quale sia l’effettiva somma da distribuire, e men che meno l’amministrazione finanziaria dispone ora di una precisa quantificazione del calo reddituale nel quale sono incorsi i contribuenti nel 2020, proprio perché non ha ancora a disposizione i dichiarativi.

Ecco perché il 10 settembre: poiché in quella data, grazie alla trasmissione delle dichiarazioni dei redditi, l’amministrazione avrà a sua disposizione una base dati consolidata, visto che i dichiarativi pervenuti dopo tale data saranno comunque irrilevanti ai fini del CFP. Grazie a questa base dati l’amministrazione stessa potrà effettuare tutti i conteggi necessari a determinare la soglia di accesso e l’ammontare del contributo, nella certezza di rientrare nelle somme stanziate.

Per le medesime motivazioni non è possibile immaginare che tale data venga spostata (o quanto meno, non più di tanto), mentre è prevedibile che questo (eventuale) contributo a fondo perduto sarà accessibile molto lontano nel tempo, e non sarà possibile ipotizzarne l’interesse prima dell’essere costretti a trasmettere i redditi, con il fondato rischio che la fretta conduca in errori, il cui impatto potrebbe sarebbe duplice: sul dichiarativo e sul contributo.

Quando detto porta inevitabilmente a ritenere che il MEF pubblicherà il famoso decreto dopo il 10 settembre, quando ormai il tutto sarà cristallizzato.

In conclusione, a parere di chi scrive, prima di fare la corsa al 10 settembre è quanto mai opportuno fare una seria e profonda riflessione sul fatto se ne valga davvero la pena, nell’interesse primario degli assistiti.
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata