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Economia & Società

24 aprile 2021

Fuoco di paglia

Autore: Ester Annetta
calcio stadio
Un curioso siparietto che ogni sera si replica a casa mia è quello sulla scelta del “sottofondo” televisivo alla cena. Di questo infatti si tratta, poiché una volta terminato il telegiornale (la cui scelta varia dal TG di Rai Uno a quello de La7 o allo Sky TG24), nessuno dei commensali presta reale attenzione al contenuto del programma in onda, quanto, piuttosto alla gradevolezza della sonorità di ciò che l’emittenza propone.

Essendo la platea prevalentemente maschile, c’è, tuttavia, una certa predilezione per le trasmissioni di Sky sport, con conseguenti mie proteste e richiesta – generalmente accolta - di cambiare canale.

Così è dunque accaduto anche domenica scorsa, quando però mio figlio maggiore ha opposto un deciso rifiuto alla cessione del telecomando, redarguendomi con un: “Guarda che sta succedendo una cosa importante nel mondo del calcio, non lo sai? È la notizia del momento!”

Mi ha quindi riassunto in poche parole quella che – a me che non sono affatto un’amante del calcio – nemmeno è venuto in mente che potesse rappresentare una rivoluzione o una sorta di colpo di stato, come invece avrei dovuto intuire. “Super League” per me ben poteva essere il nome di una competizione uguale a tante altre - di cui non ho mai compreso la reale portata né differenza, se non quella che ce ne sono alcune che si giocano tra squadre nazionali e altre che coinvolgono squadre europee (i mondiali lo so che sono una cosa a parte!) - finché ho compreso che si trattava, invece, di una nuova creatura risultata da una sorta di scisma cui (e questo, viceversa, mi è apparso subito chiaro), sotto un rivestimento di carattere sportivo, sembravano in realtà essere sottesi interessi di tutt’altra natura, ovviamente economici, perlopiù.

Dunque, andando per ordine:
domenica sera, 18 aprile, dodici squadre “fondatrici” europee (i “club ribelli” o la “sporca dozzina”, come qualcuno le ha definite) annunciano di voler dar vita ad una nuova competizione europea, alternativa alla Champions League e alla sorella minore, l’Europa League. Il progetto prevede di creare una sorta di campionato europeo annuale “privato”, in cui giocherebbero venti squadre, quindici delle quali “fisse” (tra di esse ci sono ovviamente le fondatrici) e cinque “variabili”, decise in base al merito sportivo della stagione precedente, com’è attualmente per tutte le squadre partecipanti alla Champions ed all’Europa League.

La prima cosa che osservo è tra le fondatrici spiccano squadre inglesi (anche se poi apprendo che i veri promotori del progetto sono uno spagnolo e un italiano… ma non è l’inizio di una barzelletta): mi viene perciò da associare questa manovra ad una novella Brexit giocata su un altro campo, cui, tuttavia, non sono estranee simili valutazioni “contabili”.

Infatti – ed è questo il secondo passaggio che comprendo - pare che il progetto voglia farsi passare più che come una rivolta, come una specie di operazione di salvataggio del calcio ideata magnanimamente da alcuni dei club calcistici più ricchi d’Europa.

Serve a questo punto fare un piccolo salto indietro e riportare quello che, documentandomi, leggo in rete: sul finire dello scorso anno, in piena pandemia, la UEFA aveva annunciato alle federazioni calcistiche di aver perso diverse centinaia di milioni di euro e che, pertanto, si sarebbero dovuti rivedere al ribasso i premi di partecipazione e il sistema di ridistribuzione dei diritti televisivi tra i club, alcuni dei quali, tra l’altro (e si tratta proprio dei fondatori!), già di per sé stavano affrontando una profonda crisi, con parecchi miliardi di indebitamento.

Evidentemente questa prospettiva non dev’essere sembrata accettabile ai club “dei più esposti”, che devono aver pensato ad una variante.

Ecco allora l’idea: salvare il calcio creando un’alternativa alle competizioni canoniche così da reperire altrimenti risorse economiche, inizialmente grazie al finanziamento della più grande banca del mondo – la JP Morgan (che ha dichiarato di voler premiare l’impegno dei club fondatori col pagamento una tantum di circa 3,5 miliardi di euro destinato esclusivamente agli investimenti infrastrutturali e per compensare l'impatto della crisi Covid-19) – e, poi, grazie alla ridistribuzione dei diritti televisivi, per cui pare ci fossero già in fila alcune emittenti che ben avrebbero piazzato gli eventi presso i mercati orientali, disposti a sborsare cifre da capogiro.

Conclusione: a ripartirsi i nuovi guadagni sarebbero state evidentemente soltanto le venti squadre partecipanti alla Super League, le sorelle ricche ma anche le più indebitate, appunto.

Ci arrivo persino io a capire, allora, che, dietro l’ipocrita sbandieramento del nobile intento di salvare il calcio c’è in realtà quello ben più egoistico di salvare se stesse ed il proprio portafoglio, “mettendo una pezza” ai tanti debiti contratti per spese folli (ingaggi milionari in primis) e probabilmente reiterabili una volta tappati i buchi.

La vicenda è immediatamente risuonata ovunque, tanto da catalizzare persino l’attenzione politica e dar voce ai principali capi di governo europei, unanimi nell’esprimere riprovazione.

Ma sono stati infine soprattutto gli sportivi, i tifosi autentici (che, negli ultimi anni, sul piatto della bilancia sono risultati meno pesanti dei diritti televisivi), a riuscire nell’opera di dissuasione, perché loro è stata la voce che più forte di tutte si è levata sulla vicenda, con un clamore di social, manifestazioni e raduni davanti agli stadi degni – essi si! – d’una rivolta.

Troppo rumore per nulla, per dirla con Shakespeare; un fuoco di paglia, per dirla col popolo: ad una ad una le squadre ribelli si sono dunque ritirate, rinunciando al loro ambizioso progetto nel giro di soli due giorni, lasciando nell’opinione pubblica ancora qualche strascico di discussione e qualche considerazione sulla tracotanza (mai smentita in nessun campo, nemmeno quello di calcio) dei ricchi e dei potenti, quando, pur in condizioni non floride, puntano sul peso della propria immagine per pretendere di cambiare (è proprio il caso di dirlo!) le regole del gioco.

Mi resta tuttavia un dubbio, che forse mai avrà risposta, e cioè se i passaggi qui descritti si siano davvero susseguiti secondo una naturale sequenza o, piuttosto, non sia stata messa in scena una farsa col deliberato intendo di indurre la UEFA ad aumentare i contributi ai club… un po’ come succede, insomma, quando comunichi al tuo gestore telefonico di voler passare ad un altro operatore.
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