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L’addio - Dopo i clamori del Professional Day iniziano a emergere i primi scontri, per altro già annunciati dagli eventi che hanno preceduto la giornata delle professioni. La notizia è che gli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori guidati da Leopoldo Freyrie, che già non avevano partecipato al meeting dello scorso martedì, hanno deciso di uscire dal Cup. A darne pronta comunicazione è stata una nota diffusa ieri dalla categoria e indirizzata alla volta del Pat e dello stesso Comitato unitario delle professioni. “Da anni in Italia, come nel mondo, è in corso una trasformazione, che ben conosciamo tutti, del mercato dei servizi professionali, che riguarda tanto i grandi lavori che la domanda dei singoli cittadini – spiega l’informativa della categoria tecnica - La realtà dei nostri mestieri è profondamente cambiata, non solo nel grande incremento del numero dei professionisti e nella varietà delle prestazioni professionali che offriamo, ma soprattutto nella richiesta di servizi integrati, di mobilità sul territorio, di uso di tecnologie avanzate, di maggiore responsabilità etica”.
Le rimostranze - Quel che lamentano gli architetti è una sostanziale mancanza di costruttiva relazione tra la realtà, con i suoi innumerevoli mutamenti, e il coordinamento professionale che invece pare sempre uguale a se stesso, privo della volontà di dar voce a ciascuna proposta che alberga al suo interno. “Questa grande distanza tra la realtà e i coordinamenti tra le professioni – continuano i professionisti - non fa che approfondire il solco che divide i professionisti dai cittadini ed emarginare i professionisti italiani dal mercato. Non a caso, negli ultimi mesi, si è evidenziata l'incapacità da parte dell'insieme delle professioni, peraltro divise in due diversi coordinamenti, di affrontare con proposte davvero innovative e integrate la crisi che colpisce l'Italia; di mettere in mora chi ha responsabilità di governo con progetti strutturati, realizzabili e sostenibili; di collegarsi stabilmente con tutti i soggetti economici e sociali del Paese; di organizzare servizi integrati di sostegno ai cittadini e ai professionisti. La volontà di alcuni di noi di perseguire questa via è rimasta isolata”.
Il fallimento dei coordinamenti – Le attività di coordinamento, quindi, non sono state all’altezza di cogliere le profonde trasformazioni alle quali sta assistendo la società, accontentandosi di prender parte per mera presenza, salvo sporadiche proposte, ai tavoli governativi. Si è quindi manifestata una sempre più evidente perdita del senso di utilità di siffatti coordinamenti che, laddove hanno deciso di agire, “hanno in sostanza svolto un'opera di mediazione tutta interna, avulsa dalla realtà, salvo poi rappresentare, anche arbitrariamente, posizioni opposte a quelle di parte degli associati, per esempio le nostre”. Il parere è quindi che il Cup, così come gli altri organismi di coordinamento, non abbia saputo valorizzare gli interessi di tutte le categorie aderenti al comitato, pertanto risulta quanto mai evidente la necessità di venirne fuori per operare autonomamente proponendo progetti per lungo tempo messi a tacere. “Il Consiglio nazionale degli architetti - conclude la lettera - continuerà a collaborare e ad aiutare tutte le iniziative di vera integrazione professionale, in tutte le sedi nazionali così come nei Cup territoriali, che in varie realtà dimostrano come un lavoro serio sulla sostanza e non sulla forma, finalizzato al lavoro e al servizio ai cittadini, porti a risultati politici di assoluta rilevanza”.