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Il nuovo Codice degli incentivi nasce con un obiettivo condivisibile: mettere ordine in un sistema cresciuto in modo disomogeneo, spesso poco leggibile per le imprese e frammentato tra norme, bandi, livelli istituzionali e strumenti diversi. La riforma prova a costruire una cornice unica, fondata su semplificazione, digitalizzazione, coordinamento e trasparenza, intervenendo lungo tutto il ciclo di vita dell’agevolazione, della programmazione ai controlli.
Ma proprio la lettura di merito mostra che il cantiere è tutt’altro che chiuso. Assonime con al circolare n. 10/2026 evidenzia che il Codice rappresenta solo il primo tassello del riordino e che la portata effettiva della riforma dipenderà dal secondo decreto legislativo sulla razionalizzazione dell’offerta e dai provvedimenti attuativi affidati a MIMIT e MEF. Intanto il Governo, mentre porta avanti l’iter dello schema di decreto correttivo assegnato alle Commissioni competenti di Camera e Senato il 31 marzo 2026, sta già valutando ulteriori interventi sugli incentivi, a partire da Transizione 5.0 e dal nuovo iperammortamento.
Il punto di partenza della riforma è chiaro: il quadro precedente era segnato da una frammentazione normativa e amministrativa che ha moltiplicato misure, soggetti concedenti, criteri applicativi e sovrapposizioni, rendendo più difficile sia l’efficacia della spesa pubblica sia l’accesso delle imprese agli strumenti disponibili. Il Codice tenta di superare questo assetto con regole comuni, un bando-tipo, maggiore standardizzazione delle procedure e un rafforzamento della piattaforma incentivi.gov.it e del Registro nazionale degli aiuti di Stato.
La criticità, però, è che il riordino per ora resta incompleto. La stessa circolare segnala che manca ancora il secondo decreto legislativo destinato a ridisegnare davvero la mappa delle misure, selezionando un numero definito e ordinato di modelli agevolativi. Senza questo passaggio, il Codice rischia di offrire soprattutto una disciplina-quadro, utile sul piano metodologico ma non ancora sufficiente a sciogliere il nodo principale: la riduzione della giungla degli inventivi e la loro effettiva realizzazione. Non a caso Assonime sottolinea che solo con il completamento del quadro primario e secondario sarà possibile misurare la reale portata della riforma. Lo schema del secondo intervento risulta già assegnato alle Camere dal 31 marzo 2026, segnale che il Governo vuole accelerare per rispettare la tabella di marcia collegata al PNRR.
Uno dei passaggi più sensibili riguarda il perimetro stesso del Codice. Restano fuori gli incentivi fiscali e quelli in materia di accise, mentre per i crediti d’imposta automatici viene introdotto un obbligo di comunicazione preventiva e successiva finalizzato al monitoraggio degli oneri. È una scelta che va nella direzione di un maggior controllo della spesa, ma che conferma anche come una parte rilevante del sistema continui a vivere in un regime speciale, non pienamente assorbito nella disciplina generale. In altri termini, l’unificazione resta parziale proprio su uno dei terreni oggi più utilizzati dalle imprese.
C’è poi il tema del coordinamento tra Stato e Regioni affidato anche al nuovo Tavolo permanente presso i MIMIT. L’impostazione è coerente con l’esigenza di ridurre sovrapposizioni e dispersioni, ma la sua efficacia dipenderà dalla concreta capacità di tradurre il coordinamento in scelte omogenee, criteri condivisi e tempi rapidi. Lo stesso vale per la digitalizzazione: il Codice punta molto su interoperabilità, verifiche automatizzate, compilazione guidata e certificazione preventiva dei requisiti, ma in una fase transitoria ammette ancora canali alternativi, inclusa la PEC, proprio perché non tutte le amministrazioni dispongono delle stesse strutture e piattaforme. È un realismo necessario, che però fotografa anche il rischio di una riforma a velocità differenziate.
Un ulteriore profilo critico è quello della certezza per le imprese. Il Codice migliora programmazione, monitoraggio e pubblicità, ma rinvia molto ai bandi e ai successivi atti applicativi. Questo significa che una parte decisiva della chiarezza promessa dipenderà non tanto dalla normativa generale, quanto dalla qualità della regolazione secondaria e dalla coerenza con cui sarà declinata misura per misura.
Il cantiere degli incentivi, del resto, è già in movimento. Negli ultimi giorni il MIMIT, d’intesa con MEF e Ministro per gli Affari europei, ha convocato un tavolo con le associazioni d’impresa su Transizione 5.0, dando seguito a quanto deciso dal Consiglio dei Ministri durante l’approvazione del decreto fiscale. Il punto più contestato era il ridimensionamento del sostegno alle imprese rimaste fuori dalla copertura piena del credito, i cosiddetti “esodati” della misura. In prima battuta il decreto aveva previsto il riconoscimento del 35% del credito spettante e solo per la componente relativa ai beni strumentali, lasciando fuori la parte collegata alle rinnovabili.
Dopo il confronto con le imprese, però, il Governo ha aperto a un rafforzamento dell’intervento in sede di conversione. Secondo quanto emerso dal tavolo del 1° aprile, l’ipotesi cui si sta lavorando è il ripristino integrale degli 1,3 miliardi già destinati alle imprese dalla Manovra, con l’aggiunta di ulteriori 200 milioni. Nella lettura fornita al termine dell’incontro, ciò porterebbe la copertura fino al 90% per le domande rimaste in sospeso e al 100% per i pannelli fotovoltaici ad alta efficienza. Parallelamente è stato richiamato anche un ulteriore finanziamento da 1,4 miliardi per la nuova versione triennale della misura impostata sull’iperammortamento, mentre viene data per imminente l’adozione del relativo decreto attuativo.
È qui che il contenuto della circolare Assonime incrocia la stretta attualità politica. Il nuovo Codice punta a costruire un sistema ordinato, prevedibile e monitorabile; ma la vicenda Transizione 5.0 dimostra quanto il problema non sia solo normativo, bensì anche di stabilità delle regole, copertura finanziaria e affidamento delle imprese. La sfida del Governo, adesso, non è soltanto completare il secondo decreto del Codice degli incentivi, ma anche evitare che i correttivi dell’ultima ora confermino l’idea di un sistema ancora esposto a cambi di rotta troppo rapidi. In questo senso, il vero banco di prova della riforma sarà la capacità di trasformare il riordino formale in una politica industriale più leggibile, coerente e affidabile.