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Professionista che lucra - Il professionista è colpevole se lucra sulle difficoltà incontrate dai propri assistiti. Una colpevolezza che si rende evidente in misura maggiore se il professionista in questione è un avvocato che assiste gli sventurati congiunti delle vittime dell’amianto-killer.
La sentenza e la condanna – A stabilire una siffatta colpevolezza ai danni del professionista è la sentenza 12792/13, pubblicata dalla seconda sezione penale della Cassazione. Secondo i giudici di legittimità, infatti, l’avvocato avrebbe tentato di trarre profitti ‘esosi e vergognosi’ operando in maniera per nulla cristallina nella transazione svoltasi tra i parenti degli operai rimasti vittime dell’amianto e i relativi datori di lavoro. I ‘vantaggi patrimoniali’ ai quali il professionista sarebbe pervenuto appaiono quali deplorevoli frutti di arbitrarie operazioni minatorie e di raggiro. A tali conclusioni è giunta persino la tesi difensiva dello stesso avvocato. La Suprema Corte, dunque, ritiene doverosa la conferma della condanna a carico del professionista per tentata estorsione aggravata, considerando che il legale aveva deliberatamente ‘depredato’ i congiunti delle vittime di buona parte dei risarcimenti. Le famiglie degli operari morti erano infatti riuscite a ottenere l’indennizzo da parte delle aziende presso le quali i propri congiunti avevano lavorato a contatto con l’amianto, purtroppo però siffatti rimborsi risultavano ‘sgonfiati’ dalle ingenti ‘razzie’ operate dal professionista. I giudici di legittimità sottolineano altresì che gli indennizzi erano già, a monte, pattuiti al ribasso dal medesimo avvocato.
Il caso - La Suprema Corte di Cassazione, nell’esprimere la suddetta sentenza, ha evidenziato la necessità di valutare anche lo stato emotivo dei parenti delle vittime che, affidandosi ciecamente al legale, risultavano abbastanza vulnerabili al punto da ritenere veritiera la pretesa esosa del compenso avanzata dal professionista e il livello così basso dell’indennizzo loro spettante. Gli stessi avevano ingaggiato il presente avvocato invogliati anche dalle prospettive positive da questi illustrate e che sarebbero effettivamente spettate loro se non si fosse fatta avanti l’ingordigia del professionista. Da parte sua, il legale, dopo essersi assicurato l’esito positivo della transizione, aveva convinto i congiunti degli operai morti ad accordargli una parcella ben più alta di quella che avrebbe dovuto realmente richiedere, convogliando su di sé buona parte dei risarcimenti ottenuti. Le motivazioni addotte dal professionista agli assistiti che chiedevano il motivo dell’esoso compenso venivano esplicate a mezzo di minacce. L’avvocato, infatti, metteva in guardia i congiunti delle vittime dell’amianto-killer dal fatto che avrebbero perso tutto se non avessero firmato per l’indennizzo stabilito.
Poca chiarezza non paga – L’avvocato, che aveva giocato così bene le proprie carte, non aveva però considerato i termini coi quali aveva instaurato il rapporto professionale con gli assistiti, caratterizzato da una scarsa chiarezza sui compensi futuri. Il professionista intendeva infatti giocare di sorpresa, pretendendo poi alla fine della prestazione la girata degli assegni. Tale furbizia non ha avuto però gli esisti da lui sperati, tant’è che all’uomo non rimane ora che pagare mille euro alla cassa delle ammende e saldare le spese di giustizia.