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Donne e professioni - Donna e professioni, un rapporto difficile. Ebbene, secondo quando rilevato dall’indagine effettuata da Confprofessioni Emilia Romagna, pare proprio che si sia al cospetto di una relazione che sta decollando con non poche problematiche. Il focus riguarda esclusivamente la regione in questione, ma è certo che i dati potrebbero essere tranquillamente estesi a tutto il territorio nazionale (e, in alcuni casi, probabilmente i risultati sarebbero peggiori). Per le professioniste risulta complicato gestire la carriera lavorativa, soprattutto se a questa si aggiungono la incombenze familiari.
Un gap intramontabile - Ma non sono solo gli oneri familiari e professionali a rendere frastagliato il cammino delle professioniste. A questi infatti bisogna sommare l’evidente differenza di reddito che intercorre tra loro e i rispettivi colleghi uomini. I professionisti, a parità di merito e competenze, guadagnano di più, hanno più spazio negli studi e non devono interrompere le attività per motivi di gravidanza. Semplice, lapalissiano, chiaro… e vero. Si tratta di un gap di genere che, pur essendo presente in tutte le categorie professionali, varia in base alle tipologie di consulenze erogate. Nello specifico, si va da un 43% per quel che concerne gli avvocati fino a un 87,74% per gli psicologici, ma nel mezzo ci sono medici, commercialisti, ingegneri, veterinari, architetti. Tutte professioni, insomma, nell’esercizio delle quali le donne sono più o meno svantaggiate.
Differenze di reddito - “Ci siamo focalizzati sulla nostra regione – spiega Rosa Amorevole, la consigliera di Parità della Regione Emilia Romagna che ha collaborato con
Confprofessioni – ma i dati non si discostano da quelli nazionali: a livello Italia siamo sempre intorno a un a differenza media del 50%. Molto spesso è la gravidanza a far perdere clienti a una professionista. A volte è il tipo di attività: tra gli avvocati sono i tributaristi ad avere i redditi più elevati e questa è un'area del diritto dove la presenza femminile è ancora scarsa”. Il reddito è quindi il punto cruciale, lo spartiacque tra professioniste e professionisti, dove ad avere la peggio sono sempre le prime. Una commercialista, per esempio, guadagna in media poco più di 42mila euro all'anno, ma il collega uomo avrà un reddito pari al doppio del suo. Una situazione analoga è quella che si verifica per gli avvocati, dove per una donna che guadagna 30.000 euro annui v’è sempre un uomo che ne guadagna 70.000.
La famiglia e lo studio - Alla questione del reddito si aggiungono poi quella della conciliazione tra lavoro e famiglia e quella dello spazio negli e degli studi professionali. Le donne non hanno quasi mai uno studio proprio o, se ciò è possibile, si tratta sempre di una realtà inferiore a quella dei colleghi uomini il cui livello di competenze sia il medesimo. Nella maggior parte delle partite Iva aperte da donne si scova un tipo di lavoro non sempre completamente autonomo, anzi il più delle volte è addirittura un mascheramento di quello subordinato. “Inoltre spesso le donne – continua il presidente di Conprofessioni dell'Emilia Romagna, Maria Paglia – non hanno un'adeguata percezione del loro valore”.
Le professioni ‘rosa’ – Vi sono però delle categorie professionali che negli ultimi anni hanno assistito a un’impennata delle iscrizioni femminili, ciò a dimostrazione di una preparazione maggiore presente e diffusa tra le donne. “Stiamo parlando di discipline con una soglia di sbarramento all'università costituita dai test di ammissione”, sottolinea Rosa Amorevole. Si tratta, ad esempio, dei nuovi accessi agli Ordini dei medici e dei veterinari.
Ridurre il gap gender – In definitiva, secondo la consigliera Amorevole, una possibilità per contrarre l’alta percentuale di dislivello tra le opportunità professionali femminili e quelle maschili sarebbe il coworking, oltreché la promozione di aggregazioni e dinamiche volte a riorganizzare l’assetto lavorativo del mondo delle professioni.