Rimani aggiornato!
Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, e ricevi quotidianamente le notizie che la redazione ha preparato per te.
Il decreto Sviluppo è stato varato dal Governo ormai da qualche giorno. I commenti iniziano a impazzare, le analisi si moltiplicano, così come le critiche. Cerchiamo allora di fare il punto su quanto previsto dal provvedimento del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Bene l’abolizione della scheda carburanti per chi fa il pieno con la moneta elettronica. Promossa anche la possibilità di rivalutare quote e terreni con il pagamento di un'imposta sostituiva. Scetticismo, invece, per le norme che puntano a eliminare le doppie richieste di informazioni e a rendere meno invasivi i controlli tributari sulle imprese.
I principi sono tutti condivisibili, d’altronde non rappresentano una novità: si sono affermati anche in passato, anche se rimasti spesso solo sulla carta. Quel che manca è una vera sanzione per gli uffici che non li rispettano: se vengono chiesti documenti già in possesso dell’amministrazione, ad esempio, si dovrebbe poter opporre un rifiuto senza rischiare alcun tipo di conseguenza negativa, diretta o indiretta. E ancora: se i controlli vanno oltre i limiti stabiliti (15 giorni), l'eventuale atto di accertamento dovrebbe essere invalido, mentre il decreto prevede solo l'illecito disciplinare per il funzionario.
Il decreto Sviluppo mette molte cose in pentola, per questo ha bisogno di tempo per essere metabolizzato. Soprattutto nell’ottica di fornire gli aggiustamenti necessari in sede di conversione.
Il tempo c’è, serve però la volontà.
Mentre di modifiche e miglioramenti si parlerà ancora a lungo. È necessario, a questo punto, constatare come le misure fiscali contenute nel decreto servano a testimoniare la presa di coscienza del ministro dell'Economia sull'esistenza di una pericolosa deriva nel rapporto tributario che intercorre tra Stato e cittadino.
“L’ansia da recupero gettito” stava (e speriamo non continui) creando un’architettura di adempimenti, presunzioni di colpevolezza e accertamenti esecutivi che, nella percezione del contribuente, rischiava di travolgere qualsiasi nobile discorso di giustizia ed equità.
Ne è una conferma la lettera di giovedì scorso del direttore delle Entrate, Attilio Befera. È stato lui stesso a parlare apertamente del rischio che comportamenti vessatori possono apparentare nella percezione del cittadino l'operato dell'amministrazione a quello di estorsori. Le critiche dei commercialisti erano dunque più che fondate. Quel che è importante è capire che bisogna collaborare per modificare e ottimizzare il sistema fiscale nell’ottica di fornire un servizio al cittadino: commercialisti, funzionari, contribuenti fanno parte tutti dello stesso disegno. Devono cooperare e non contrastarsi a vicenda.
È sulla via di questa consapevolezza condivisa e sulla necessità di arrivare a norme e soluzioni che risolvano alla radice i problemi. Come, ad esempio, la modifica degli accertamenti esecutivi che lascia in piedi un termine massimo di 120 giorni. Decorso il quale l'esecuzione riprende, anche se il giudice non si è ancora espresso sull'eventuale istanza di sospensione giudiziale presentata dal contribuente. È un passo avanti, ma non risolve se pensiamo ai tempi della giustizia tributaria. Bisogna evitare di scaricare sul cittadino il problema.
I commercialisti non sono poi d’accordo sulla modifica dei tempi di durata degli accessi presso il contribuente che, nel dimezzarli nei confronti dei soggetti di minori dimensioni, reca anche un'implicita (e anche per questo assai discutibile) interpretazione del criterio di computo della durata massima anche per le imprese in contabilità ordinaria. Accettabile, invece, la modifica che esclude dall'obbligo di identificazione con codice fiscale gli acquisti di importo superiore a 3.600 euro effettuati da un privato cittadino che non utilizza denaro contante: luna richiesta avanzata molto tempo fa, ma che nel clima poco costruttivo sembrava quasi un’eresia.
Meglio tardi che mai.