Rimani aggiornato!
Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, e ricevi quotidianamente le notizie che la redazione ha preparato per te.
Scontro generazionale. Un evergreen politico che riemerge ogni qual volta ci si ritrova in campagna elettorale. Eppure di giovani che hanno rinunciato a far valere i propri diritti pur di cominciare a lavorare, a guadagnare, a “diventare finalmente adulti” se ne vedono ogni giorno di più. Viviamo in una società in cui due professionisti che svolgono lo stesso lavoro hanno guadagni e diritti diversi. E il discrimine non è ovviamente il merito, ma l’età.
Per i giovani dottori commercialisti scende la copertura pensionistica che passa dal 35% (oggi) al 25% (tra 40 anni) e cresce l’onere contributivo del 26%. Ancora peggio per i ragionieri commercialisti: per loro la copertura pensionistica passa dal 33% al 17% e l’onere contributivo sale del 16%.
Oggi i privilegi si nascondono dietro il nome di diritti acquisiti. Diritti protetti e ribaditi anche dalla Corte di Cassazione che ha recentemente bocciato il “contributo di solidarietà” predisposto dalla Cassa di previdenza dei dottori commercialisti a carico dei pensionati più ricchi: per chiudere definitivamente il contenzioso che si era creato, la Cassa dei dottori commercialisti ha restituito le cinque annualità versate a tutti gli iscritti e, dal 2009, è a regime la delibera che lo ha reintrodotto fino al 2013.
Dunque nessun Robin Hood all’orizzonte, ma solo un discorso di equità. La mala gestione di anni ormai lontani ha portato a questo disagio. Tutti devono contribuire a risolvere la situazione: baste critiche, ricerche di colpevoli e attribuzioni di responsabilità. Esiste un problema e va affrontato.
I giovani commercialisti sarebbero anche disposti a finanziare la cassa di previdenza se fossero sicuri che, quando sarà il loro turno, avranno lo stesso trattamento. E la certezza che questo non avverrà, fa cedere il castello di carta.
Dopo 15 anni dalla privatizzazione delle Casse non c’è ancora la maturità per affrontare una riforma che risolvi la questione una volta per tutte: ci sono stati tentativi risultati troppo timidi per essere in grado di fornire garanzie di equità intergenerazionale. A conti fatti, l’unica possibilità di avere una pensione tra 40 anni è l’aumento dei contributi a carico del neo professionista. Da qui l’appello alla previdenza integrativa che, però, argina senza risolvere il problema. I giovani sopportano lo status a quo, ma la pazienza inizia a scarseggiare (lo si è visto anche nel dibattito del Congresso Nazionale dell’Unione Giovani dove si è affrontato anche questo tema). Non si può discutere di diritti acquisiti, eliminando ogni possibilità di trattativa. Si deve iniziare a parlare di sostenibilità del diritto.
La politica sembra non avere la forza di intervenire su questo argomento, mentre la giurisprudenza abbraccia l’orientamento opposto: l’altro ieri la Cassazione ha emesso due sentenze in cui fa salvi, ancora una volta, i cd diritti acquisiti. Secondo i giudici, infatti, la finanziaria del 2007 ha attenuato la rigidità del “pro rata”, ma questa attenuazione non ha valore retroattivo. È stata dunque condannata la Cassa dei ragionieri per una delibera del 2002 in cui si è allungata la base di calcolo della pensione retributiva: il parametro è stato individuato nella media di tutti i redditi professionali dichiarati e non in quella dei 15 migliori degli ultimi 20 anni. Calcolo decisamente più svantaggioso. Il presidente della Cassa ragionieri chiederà un’interpretazione autentica del comma 763 dell’art. 1 legge 292/2006 al ministero del Lavoro. Ma per ora continua lo scontro padre – figli, come nelle migliori famiglie.