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Le presunte scarse segnalazioni - Anche ieri l’Associazione nazionale commercialisti guidata da Marco Cuchel ha fatto sentire la propria voce in merito all’ennesima delusione vissuta dalla categoria. Il punto in questo caso riguarda quella che la sigla indica come “disinformazione” ai danni delle categorie professionali per quel che concerne il riciclaggio e i terrorismo. L’Anc sostiene infatti che la cattiva informazione corrente abbia diffuso un’errata notizia per quel che concerne le presunte “scarse segnalazioni da parte dei commercialisti”. “Se si cerca una risposta al perché il numero di segnalazioni da parte dei commercialisti sia pressoché irrilevante, la si può trovare all’interno delle norme che elencano gli indicatori di anomalia ed i criteri di valutazione delle operazioni sospette soggette a segnalazione, che rendono gli adempimenti complicati, difficilmente attuabili ma, soprattutto, non utili allo scopo per cui sono stati emanati”, spiega l’associazione nella nota diffusa ieri.
Il peso delle norme – Ora, posto che il commercialista è deontologicamente tenuto a valutare l’irregolarità del cliente prima di assumere l’incarico, un valido motivo che spieghi la presunta scarsità delle motivazioni è da annoverare al peso che la norma ha sul professionista stesso. “La gravosità e la complessità dell’esecuzione dei controlli di legge – spiega l’Anc - non sono sostenibili per la maggior parte degli studi professionali. Si pensi solamente a tutta l’attività di verifica e analisi del rischio che richiede molto tempo e molte risorse per uno studio di piccole dimensioni”. Inoltre, qualora il commercialista dovesse commettere degli errori nell’applicare le disposizioni in essere, potrebbe palesarsi la possibilità di esser soggetto a sanzioni amministrative fino a 200.000 euro e penali fino a 5 anni di reclusione. Dunque, il parere della sigla sindacale è che il Legislatore non sappia leggere il significato nascosto dei numeri. “L’andamento quotidiano e la dimensione degli studi professionali, più della metà dei quali sono costituiti al massimo da un professionista e un collaboratore” è già di per sé difficile che non si sbaglia se si immagina che queste tipologie di studi sono lontane dall’essere le mire di soggetti che vogliano celare la propria irregolarità fiscale o terroristica. Secondo la sigla di categoria, è probabile che “gli autori di eventuali operazioni illegali di entità rilevante si servano di realtà professionali strutturate e multidisciplinari”.
La legge sulla privacy – Anche in merito alla legge sulla privacy disposta dal D.Lgs. 196/2003 i commercialisti nutrono non poche perplessità applicative. A ben vedere, chi viola tali disposizioni può essere soggetto sia a sanzioni pecuniarie che alla “revoca delle chiavi telematiche necessarie alla trasmissione delle dichiarazioni o per l’espletamento di importanti ed improrogabili adempimenti fiscali”. Il parere dell’Anc è che si sia al cospetto di misure sproporzionate poiché, anche qualora un eventuale ricorso proposto dal professionista dovesse essere accolto, il tempo perso a causa della revoca non potrà essere risarcito.
La richiesta – Per concludere, pur essendo coscienti della necessità di applicare determinate leggi a salvaguardia dello Stato e della popolazione, i commercialisti rappresentati dall’Anc chiedono che siano riviste le condizioni affinché il professionista non sia costretto a “mettere in conflitto il proprio lavoro con lo svolgimento di adempimenti farraginosi, ridondanti e non funzionali agli importanti scopi che le normative antiriciclaggio e privacy perseguono, rispetto alle quali, in ogni caso, si ritengono opportuni ed urgenti degli interventi di modifica”.