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L’estate 2011 si è aperta con un provvedimento fondamentale per quanto riguarda la posizione delle donne nella dirigenza di aziende quotate in borsa. Infatti, proprio il 28 giugno è stato approvato il provvedimento che stabilisce un entrata graduale di presenze femminili nei consigli di amministrazione delle suddette imprese, tale innovazione si realizzerà in due tranche previste per il 2012 (presenze al 20%) e il 2015 (presenze al 30%).
Incontro sulle quote di genere nei Board - Sulla tematica si è recentemente interrogato anche il Consiglio nazionale dottori commercialisti ed esperti contabili nel corso del convegno “Le quote di genere nei Consigli di amministrazione e nei Collegi sindacali”, tenutosi a Palazzo Marini lunedì scorso. L’incontro si è posto come obiettivo quello di fare il punto sulla situazione italiana che fino al 2010 prevedeva solo il 3,4% di donne membri dei cda delle principali aziende, dato che poneva il nostro Paese in fondo alla classifica europea, appena prima del Portogallo. Conseguente all’indagine della Deloitte “Women in boardroom: a global perspective”, l’evento si è avvalso della presenza di relatori provenienti da Fondazione Bellisario, Professional Women’s Association, Egon Zehnder International e Cndcec. Per quanto riguarda gli organizzatori del meeting, cioè la Deloitte, hanno relazionato Francesco Brunelli - Studio Legale Associato Deloitte e Claudia Cattani - Studio Tributario e Societario Deloitte, mentre per il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili ha presenziato Giulia Pusterla, consigliera con delega alle Pari Opportunità.
Il Cndcec e le “quote rosa” – Al cospetto della normativa del Governo che prevede un approdo in media pari al 50% entro il 2018, il Consiglio nazionale giudica positiva l’introduzione di tale strategia in quanto considera il ddl come l’avvio di un processo di modernizzazione delle aziende e, quindi, della società civile. “Le donne dovranno dimostrare competenza, professionalità e merito – sostiene Giulia posterla – affinché alla fine dei mandati previsti dalla legge, la nostra presenza passi da un 30% a un 50% che considero fisiologico”. Secondo la rappresentante del Consiglio nazionale, il punto sul quale si dovrà riflettere successivamente riguarda la costituzione di un’appropriata politica sociale che preveda assistenza e sostegno alle donne che intendono conciliare lavoro e famiglia, la Pusterla ritiene che a ciò si può far fronte attraverso un sistema di welfare mirato e definito. “La temporalità della norma applicabile solo per i primi tre mandati – chiarisce ancora il consigliere del Cndcec – è sufficiente per scardinare le attuali rendite di posizione, ma non è sufficiente per crearne di nuove”.
Aldilà dei confini italiani – In realtà, ciò che il Governo italiano ha ritenuto necessario regolamentare, è già prassi in Paesi che non hanno alcuna legislazione in merito come Regno Unito e USA; i consigli di amministrazione delle più grandi aziende statunitensi registrano il 15% delle presenze femminili, mentre quelli del Regno Unito sono a quota 12%. Situazione ben più rosea è quella dei Paesi scandinavi, infatti gli studi della Deloitte hanno registrato un superamento dei 30 punti percentuali di quote rosa nei board delle aziende svedesi e norvegesi. Sebbene non si appoggino a provvedimenti governativi, Germania, Spagna e Australia hanno delle percentuali di gran lunga superiori a quelle dell’Italia poiché si avvalgono di codici di autodisciplina; ciò ha condotto i cda tedeschi e australiani ad una presenza femminile all’8% e quelli spagnoli al 9%.