23 luglio 2012

Una Cassa vincente

Walter Anedda, della Cassa dei dottori commercialisti, fa il punto sull’operato dell’ente previdenziale
Autore: Redazione Fiscal Focus

L’invito della Fornero - Pochi mesi fa, in vista di un’auspicabile autonomia degli enti di previdenza privati che potesse essere programmata da qui a cinquant’anni, il ministro del Welfare, Elsa Fornero, aveva lanciato un invito importante. In sostanza, il capo del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali aveva consigliato la conversione al metodo contributivo per le Casse di previdenza di natura privata.

La Cassa dei dottori commercialisti
– Per quanto riguarda l’istituto di previdenza guidato da Walter Anedda, è lo stesso leader a sottolineare l’estrema e proficua lungimiranza che ha caratterizzato l’operato della Cassa. A ben vedere, l’istituto, che è venuto alla luce in una fase successiva rispetto a una riforma entrata in vigore nel 2003, ha fin da subito fatto proprio il metodo contributivo. “Il sistema precedente – spiega il presidente Anedda – finiva per portare le generazioni a perdere dei diritti. All’epoca, quando un dottore commercialista andava in pensione, gli bastavano quattro anni di trattamento pensionistico per recuperare quello che aveva versato in 35 anni”. Si trattava di un meccanismo che andava poi ad incidere sulle generazioni più giovani, spostando sulle loro spalle il peso del debito previdenziale. Pertanto, può ben dirsi che le scelte della Cassa siano state antesignane rispetto alle recenti imposizioni ministeriali, che hanno visto l’insorgenza di un’obbligatoria adeguazione estesa a tutti gli enti di previdenza privati.

Il carattere autonomo della scelta – Per quel che concerne l’ente di riferimento dei dottori commercialisti, la scelta di adottare il metodo contributivo ha assunto una connotazione autonoma fin dalle origini, in quanto s’è ben compresa la necessità di non imporre ulteriori gravami sui giovani professionisti, che già incontrano non poche problematiche relative al semplice stare nel mercato. In particolare, l’istituto di previdenza guidato da Walter Anedda ha adottato politiche basate sul concetto di rotazione che impedisce la formazione di squadre amministrative e governative cristallizzate. In questo senso, l’autonomia delle opzioni operative è sostenuta anche da una rigenerazione delle idee di vertice. “Rispetto a quello che avevamo preventivato – continua il leader della Cassa – siamo riusciti a fare davvero tutto, forse anche oltre quello che ci aspettavamo, soprattutto grazie al Consiglio di amministrazione che ha svolto un importante compito con il contributo dell’assemblea dei delegati”.

Il bacino di risorse – Inoltre, il compito che si è posto l’ente previdenziale dei dottori commercialisti è stato anche quello di far fruttare le risorse delle quali è entrato in possesso. In particolare, per quanto concerne le risorse economiche pervenute all’ente, quest’ultimo ha provveduto a investirle in maniera chiara e trasparente, sulla base di attente valutazioni in merito ai rischi e ai rendimenti.

Il rapporto tra professionisti attivi e pensionati
– Infine, Anedda sostiene che il rapporto tra i commercialisti che ancora esercitano e quelli in pensione è di “uno a dieci”, nel senso che per un commercialista in pensione, ve ne sono dieci che operano in maniera attiva. A cosa serve un tale chiarimento? Ebbene, un rapporto di siffatte proporzioni consente l’accumulo previdenziale, dunque consente di generare quelle somme che, come abbiamo visto precedentemente, verranno in parte investite o impiegate per il pagamento delle pensioni. “Noi, oggi – conclude il presidente della Cassa dei commercialisti – non facciamo altro che mettere fieno in cascina. Cercando di agire come formiche, e non come cicale, e preservare quello che è il futuro della categoria”.

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