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Semplificazione carente - I dottori commercialisti e gli esperti contabili da anni stanno ripetendo ai governi che si sono succeduti quanto sia importante un’effettiva semplificazione degli adempimenti e delle procedure fiscali. Uno snellimento dell’intero apparato porterebbe infatti una maggiore celerità e condurrebbe finalmente alla distensione dei rapporti. Le diverse squadre esecutive hanno certamente recepito l’indicazione, peraltro sottoscritta anche da altri soggetti, tuttavia facendola propria le squadre esecutive non sono riuscite a centrare gli obiettivi richiesti. Insomma, queste semplificazioni fiscali fanno acqua da tutte le parti. Sul punto è intervenuta l’Associazione nazionale dei commercialisti, guidata da Marco Cuchel, che ha riscontrato non poche perplessità in merito allo schema di decreto legislativo presentato dal governo in materia di “Semplificazione fiscale e dichiarazione dei redditi precompilata”.
La debolezza delle misure – In base a quanto si legge all’art. 6 dello schema del decreto legislativo, “i CAF ed i professionisti abilitati ad apporre il visto di conformità rispondono, pertanto, a titolo di responsabilità per l’errato controllo dei dati documentali e sono conseguentemente tenuti nei confronti dello Stato o del diverso ente impositore al pagamento di un importo corrispondente alla somma dell’imposta, degli interessi e della sanzione nella misura del 30 per cento tranne che nel caso in cui l’infedeltà del visto sia stata determinata da una condotta dolosa o gravemente colposa del contribuente”. Da queste parole è evidente la ragione delle perplessità andatesi diffondendo nella categoria, una perplessità che sfocia nella contrarietà in merito a interventi normativi che contravvengono persino ai principi costituzionali, oltreché al più comune buonsenso. Sul punto, Marco Cuchel chiarisce infatti che “appare evidente, o quantomeno sarebbe opportuno che lo fosse al Legislatore, che far pagare all’intermediario l’imposta che dovrebbe essere corrisposta dal contribuente, in caso di visto di conformità infedele, rappresenta una mostruosità normativa inaccettabile, che ignora il principio sul quale, costituzionalmente, si base il sistema impositivo fiscale, secondo cui le imposte sono personali in virtù del fatto che ciascuno è tenuto a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva (art. 53 della Costituzione)”. In ragione di ciò, proprio lo scorso mese di luglio l’ANC, in audizione presso la Commissione Finanze del Senato, aveva lanciato l’allarme circa la palese ingiustizia di far pagare all’intermediario un onere del contribuente. Parere tra l’altro concorde lo ha espresso anche la stessa Commissione Finanze di Palazzo Madama, suggerendo di lasciare in capo al contribuente il pagamento dell’imposta escludendo quindi la possibilità che sia l’intermediario a essere tenuto al pagamento.
La posizione del governo - Ma il governo è andato avanti per la propria strada, tappandosi occhi e orecchie innanzi alla chiara fondatezza dell’osservazione avanzata dalla Commissione. Anzi, la squadra esecutiva ha addirittura ritenuto di dover respingere il suggerimento della Commissione, spiegando che la stessa si era basata sui una “presunta vanificazione della ratio dell’intera disposizione che privilegia, a suo dire, la semplificazione nei confronti del contribuente”.
Situazione assurda - Ora, è chiaro che i commercialisti dell’Anc, nella persona del presidente Cuchel, non contestano certamente il fatto che gli intermediari siano chiamati a rispondere di una condotta che risulti erronea. Quando un professionista sbaglia, è giusto che paghi per aver arrecato un danno al proprio cliente o addirittura al fisco. Tuttavia bisogna considerare che nel caso in questione l’eventuale errore o la condotta negativa non sono da attribuire all’intermediario, bensì al contribuente che fornisce informazioni mendaci ai fini della presentazione della dichiarazione dei redditi. In questo caso dunque non è accettabile che sia il professionista a dover rispondere di una simile condotta scorretta. “I dati documentali, ai quali si fa riferimento nel provvedimento, devono sì essere controllati dall’intermediario, il cui compito è anche quello di accertarsi che siano corretti formalmente e rispondenti alle prescrizioni normative; del tutto incomprensibile però è come si possa solo concepire l’idea che il professionista intermediario diventi responsabile dei dati dichiarati dal proprio cliente, il quale non avrebbe alcuna responsabilità personale, salvo nei casi di dolo o di colpa grave, che dovrebbero essere in ogni caso dimostrati – conclude Cuchel – È una situazione questa che rasenta l’assurdo. A fronte delle crescenti responsabilità e funzioni loro attribuite, i professionisti economico-contabili continuano a non essere considerati come dovrebbero per il ruolo che rivestono e per la valenza, anche sul piano sociale, del lavoro che svolgono. Al Legislatore l’ANC si rivolge per chiedere un intervento che sappia rivalutare e riconoscere il ruolo di sussidiarietà dei professionisti intermediari, recuperando doverosamente un atteggiamento di attenzione e considerazione nei confronti di una categoria che si pone, con riferimento al funzionamento del sistema fiscale del Paese, quale principale interlocutore dell’Amministrazione Finanziaria”.