6 settembre 2022

Responsabilità da reato. L’ente che “patteggia” non paga le spese

Autore: Paola Mauro
La Corte di Cassazione (Sez. III pen. sent. n. 30610/2022) ha affermato che la sentenza di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente ai sensi dell'art. 63 D.lgs. n. 231 del 2001 non può comportare la condanna dell'ente stesso al pagamento delle spese processuali.

Applicazione della sanzione su richiesta - In base alla norma sopra citata:
  • «1. L’applicazione all’ente della sanzione su richiesta è ammessa se il giudizio nei confronti dell’imputato è definito ovvero definibile a norma dell’articolo 444 del codice di procedura penale nonché in tutti i casi in cui per l’illecito amministrativo è prevista la sola sanzione pecuniaria. Si osservano le disposizioni di cui al titolo II del libro sesto del codice di procedura penale, in quanto applicabili.
  • 2. Nei casi in cui è applicabile la sanzione su richiesta, la riduzione di cui all’ articolo 444, comma 1, del codice di procedura penale è operata sulla durata della sanzione interdittiva e sull’ammontare della sanzione pecuniaria
  • 3. Il giudice, se ritiene che debba essere applicata una sanzione interdittiva in via definitiva, rigetta la richiesta».
Il caso - Nella vicenda all’esame della Suprema Corte, una S.p.A., per il tramite del difensore di fiducia, ricorre per l'annullamento della sentenza del GIP del Tribunale di Mantova che, ai sensi degli artt. 444 e segg., cod. proc. pen., ha applicato nei suoi confronti la sanzione amministrativa pecuniaria di 22.933,00 euro per l'illecito amministrativo di cui all’art. 25-undecies, comma 1, lett. c), D.lgs. n. 231 del 2001 (per la violazione dell'art. 452-quinquies cod. pen.), con relativa condanna al pagamento delle spese processuali.

Ebbene, con riguardo alla condanna al pagamento delle spese processuali, la ricorrente ha denunciato il vizio di motivazione mancante, contraddittoria e manifestamente illogica, nonché l'inosservanza o comunque l'erronea applicazione degli artt. 63 D.lgs. n. 231 del 2001, 445 e 535 cod. proc. pen., trovando d’accordo gli Ermellini.

Procedimenti autonomi e indipendenti - I Massimi giudici hanno esaminato e interpretato il quadro normativo di riferimento, tenendo anche conto delle riforme susseguitesi negli anni (riguardo all'art. 445, cod. proc. pen.), e, nel far ciò, sono giunti alla conclusione dell’erroneità dell’ordinanza impugnata, in ragione del fatto che il rapporto processuale che si costituisce mediante l'esercizio dell'azione penale nei confronti dell'imputato persona fisica va ritenuto del tutto autonomo e indipendente da quello costituito dall'esercizio dell'azione nei confronti dell'ente; e i relativi esiti non necessariamente devono coincidere se ciò non è espressamente previsto dalla legge.

Ne deriva che la decisione dell'imputato-persona fisica di chiedere l'applicazione della pena in misura superiore a due anni di reclusione non può ridondare a danno dell'ente il quale non può, sol per questo, essere condannato al pagamento delle spese processuali in caso di separato, autonomo patteggiamento (n.b.: dalla condanna al pagamento delle spese processuali restano indenni solo gli imputati condannati a una pena finale non superiore a due anni di reclusione1).

Secondo la Corte, il fatto che l'imputato-persona fisica abbia patteggiato la pena costituisce un requisito di ammissibilità del patteggiamento dell'ente, ma non performa il contenuto dell'azione esercitata nei confronti dell'ente stesso, né ne condiziona gli esiti, come si desume dal fatto che l'ente può patteggiare la sanzione anche quando il giudizio a carico dell'imputato-persona fisica è astrattamente definibile (ma non definito) con il patteggiamento.

È appunto il concetto di "definibilità" che costituisce la chiave di lettura della norma, perché ne smarca i presupposti applicativi dalle separate vicende processuali dell'imputato persona fisica, ancorandone il presupposto applicativo alla sola astratta possibilità che il giudizio possa essere definito dall'imputato con il patteggiamento, possibilità che, al netto delle condizioni stabilite dall'art. 444, commi 1-bis e 1-ter, cod. proc. pen., impegna il giudice in una valutazione (solo) incidentale sulla possibilità per l'imputato di definire in concreto il giudizio mediante patteggiamento.

Altro argomento a sostegno della autonomia dei due procedimenti speciali deriva dal fatto che ulteriore presupposto applicativo del patteggiamento dell'ente è costituito dal fatto che, a prescindere dalle vicende processuali dell'imputato-persona fisica e dalla definizione o astratta definibilità del giudizio nei confronti di questi, l'ente può sempre chiedere l'applicazione della sanzione nei casi in cui per l'illecito amministrativo è prevista, come nel caso di specie, la sola sanzione pecuniaria. Tale presupposto applicativo del patteggiamento dell'ente non è mai mutato nel tempo, non giustificandosi, dunque, la condanna al pagamento delle spese, in assenza di uno specifico intervento normativo che non ha mai interessato l'art. 63 D.lgs. n. 231 del 2001.
  • Perciò il Supremo Collegio conclude «che la sentenza di applicazione della sanzione pecuniaria su richiesta dell'ente ai sensi dell'art. 63, d.lgs. n. 231 del 2001, non può comportare la condanna dell'ente stesso alle spese processuali».
Pertanto la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla statuizione di condanna della ricorrente alle spese di giudizio.
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1Art. 445 c.p.c.: «1. La sentenza prevista dall'articolo 444, comma 2, quando la pena irrogata non superi i due anni di pena detentiva soli o congiunti a pena pecuniaria, non comporta la condanna al pagamento delle spese del procedimento né l'applicazione di pene accessorie e di misure di sicurezza, fatta eccezione della confisca nei casi previsti dall'articolo 240 del codice penale. Nei casi previsti dal presente comma è fatta salva l'applicazione del comma 1-ter».
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