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Dall’utile alla cassa, il budget di tesoreria entra stabilmente tra gli strumenti essenziali della governance finanziaria d’impresa. È questo il messaggio operativo del documento “Il budget di tesoreria: principali funzioni e aspetti operativi”, pubblicato il 19 maggio dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili e dalla Fondazione nazionale di ricerca dei commercialisti. Il lavoro, curato dalla Commissione di studio “Finanza Reporting”, completa il percorso avviato con il precedente documento sulla gestione dei cash flow nella relazione con la banca e sugli effetti del past due a 30 giorni.
Oggi il sistema bancario e gli organi di controllo non guardano più solo all’utile storico, ma alla capacità dell’impresa di generare flussi di cassa futuri. Un bilancio positivo racconta il passato, un budget di tesoreria attendibile consente invece di verificare se l’azienda sarà in grado di pagare fornitori, dipendenti, imposte, rate bancarie e investimenti nei mesi successivi.
Il documento collega il budget di tesoreria agli adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili previsti dall’articolo 2086, comma 2, del codice civile e dall’articolo 3 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza. Gli assetti devono consentire di rilevare squilibri patrimoniali, economici e finanziari, verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità aziendale almeno per i 12 mesi successivi. In questa logica, il budget di tesoreria diventa uno dei principali sensori di allerta. Non serve solo a sapere quanta cassa c’è oggi, ma a capire se nei prossimi mesi si formeranno tensioni finanziarie.
Il documento richiama anche la check-list della composizione negoziata, che chiede se l’impresa disponga di un piano di tesoreria a 6 mesi o, in mancanza, di un prospetto delle entrate e delle uscite almeno a 13 settimane.
Nelle PMI il piano di tesoreria deve diventare parte ordinaria dell’assistenza professionale, soprattutto quando l’impresa presenta debiti scaduti, utilizzi tirati degli affidamenti, ritardi negli incassi o crescente dipendenza dal credito bancario.
Il budget di tesoreria ha un ruolo diretto anche nella valutazione della continuità aziendale. Il documento richiama l’OIC 11 e il principio di revisione ISA Italia 570, evidenziando che finanziatori, investitori e creditori sono destinatari primari dell’informazione di bilancio. In presenza di flussi di cassa negativi o di difficoltà nel mantenere il sostegno bancario, la verifica del going concern richiede dati prospettici affidabili.
In concreto, amministratori, sindaci e revisori non possono limitarsi a considerazioni generiche sulla continuità, ma devono poter esaminare previsioni finanziarie costruite su dati coerenti, e quindi scadenziari clienti e fornitori, rate di mutui e leasing, calendario fiscale, stipendi, investimenti programmati, linee disponibili e possibili scenari avversi.
La funzione del budget di tesoreria è decisiva anche nel rapporto con le banche. Gli Orientamenti EBA in materia di concessione e monitoraggio dei prestiti richiedono agli intermediari di valutare reddito, flussi di cassa, posizione finanziaria, modello di business e piani aziendali supportati da proiezioni. In altre parole, la banca chiede sempre più spesso numeri prospettici, non solo bilanci depositati.
E un piano di tesoreria credibile consente all’impresa di spiegare come farà fronte al debito nei successivi 12 mesi, quali sono i mesi di maggiore fabbisogno, quali linee saranno utilizzate, quali interventi sono previsti sul circolante e quali scenari alternativi sono stati valutati. Cosa che va a ridurre l’asimmetria informativa e può incidere su rating, pricing e disponibilità del credito.
Il documento collega questo tema anche al past due a 30 giorni. Ritardi brevi possono diventare segnali rilevanti nei sistemi bancari di monitoraggio e produrre effetti sulla classificazione del rischio. Prevenire lo scaduto, quindi, non è solo una questione amministrativa, ma una leva di tutela del merito creditizio.
La parte più operativa del documento riguarda la raccolta dei dati. Il budget di tesoreria non può essere costruito con stime generiche o medie annuali, ma serve integrare estratti conto bancari, scadenziari clienti e fornitori, piani di ammortamento dei finanziamenti, contratti di leasing, previsioni storiche di cassa, contratti commerciali, piani di investimento e informazioni operative.
La distinzione fondamentale è tra dati certi e variabili stimate. Sono dati certi, ad esempio, stipendi, imposte, contributi, canoni, rate di finanziamento e scadenze contrattuali. Sono invece variabili stimate gli incassi da fatture, l’andamento delle vendite, i tempi effettivi di pagamento dei clienti, gli acquisti di materie prime, le scorte e le commissioni commerciali.
Il documento suggerisce di utilizzare indicatori come DSO per i tempi medi di incasso, DPO per i tempi medi di pagamento, DIO per la rotazione del magazzino e Cash Conversion Cycle per misurare il ciclo complessivo di conversione della cassa.
Sul lato delle entrate, il documento avverte che non è sufficiente proiettare i dati storici. Occorre distinguere ordini acquisiti, pipeline commerciale, vendite ricorrenti, incassi da clienti, dividendi, interessi attivi e possibili dismissioni. Soprattutto, il DSO storico non va corretto in modo arbitrario. Infatti, se l’impresa incassa mediamente a 60 giorni, non è prudente costruire il budget su 45 giorni solo perché “si farà più recupero crediti”.
Lato uscite, vanno separati costi fissi, costi variabili, investimenti e pagamenti discrezionali. Affitti, stipendi, leasing, mutui, assicurazioni e imposte hanno una prevedibilità maggiore, mentre materie prime, energia, logistica e scorte richiedono scenari e analisi di sensitività. Gli investimenti devono essere scadenzati per tranche, considerando acconti, consegna, collaudo e ritorni attesi.
Un budget efficace non è statico. Il paper propone controlli settimanali sulla cassa reale rispetto a quella prevista, analisi mensili degli scostamenti e revisione trimestrale delle ipotesi. Il cruscotto minimo dovrebbe indicare cassa disponibile, saldo previsto a 30, 60 e 90 giorni, principali scadenze della settimana e un indicatore semaforico: verde se il saldo resta sopra il buffer minimo, giallo se si avvicina allo zero, rosso se diventa negativo.
Lo stress test è centrale: riduzione degli incassi del 20%, aumento dei costi energetici del 30% per tre mesi, blocco del credito bancario per 60 giorni. Se in questi scenari la liquidità diventa negativa, l’impresa deve avere già previsto misure correttive, come fido di emergenza, rinvio di investimenti non strategici, sconti per incassi anticipati, rinegoziazione fornitori, factoring o anticipi fatture.
Quando emerge un deficit di liquidità, il documento indica interventi immediati. Ad esempio, bisogna accelerare gli incassi, automatizzare i solleciti, rinegoziare dilazioni, oppure ottimizzare le scorte, differire uscite non essenziali, usare linee flessibili o dismettere asset non strategici.
Ma anche il surplus va gestito. Liquidità ferma può essere investita in strumenti a breve e basso rischio, usata per ottenere sconti dai fornitori, anticipare investimenti strategici o ridurre debito oneroso. Il punto di equilibrio è la cash reserve, una soglia minima di cassa sempre disponibile per coprire obblighi immediati e imprevisti.
Cosa cambia dunque per il commercialista? Il suo è un ruolo chiamato a evolvere verso una consulenza finanziaria avanzata, spesso come CFO esterno delle PMI. Il suo compito non è più solo verificare la correttezza della contabilità, ma sempre più costruire dati prospettici affidabili, normalizzare le ipotesi, integrare il budget di tesoreria nel controllo di gestione, supportare l’imprenditore nel dialogo con le banche e presidiare gli adeguati assetti.
Anche l’intelligenza artificiale e gli strumenti digitali possono migliorare le previsioni, dicono i Commercialisti, ma avvertono che il giudizio professionale resta insostituibile. Variabili normative, contrattuali, commerciali e geopolitiche non possono essere delegate integralmente all’algoritmo.