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Ferite d’onore

Autore: Ester Annetta
In un libro del 1897 intitolato “Usi e costumi dei camorristi”, Abele De Blasio – medico e antropologo, nonché, come riporta il frontespizio del testo, “Fondatore e direttore dell'Ufficio antropometrico nella R. Questura di Napoli” –, nel descrivere le pratiche violente impiegate dalla Camorra si soffermava sullo ‘sfregio’ come gesto rituale di alto valore simbolico.

Scriveva l’autore: ‹‹... ‘o sfregio, o tagliata ‘e faccia, o ‘ntacca ‘e ‘mpigna, si divide in due categorie: d’ammore e di cumanno, per modo come viene eseguito dicesi a scippo o a sbalzo. Lo sfregio d'ammore si mette in pratica con pezzi di vetro o con rasoi affilati, quello di cumanno con rasoi seghettati (sgranati)››. Se è d’ammore, ‹‹lo sfregio a scippo, che è quasi sempre lieve, si effettua dal camorrista non appena questi si accorge che la ragazza che forma il suo ideale non vuol corrispondere al suo amore. In questo caso la ‘ntaccata ‘e ‘mpigna può considerarsi come l’anello matrimoniale poiché, non appena la fanciulla vien deturpata, subito tra la famiglia dello sfregiatore e quella della sfregiata si agghiusta ‘o ‘nteresse e se combina ‘o matrimonio. » Lo sfregio si pratica «anche contro le donne infedeli o semplicemente sospettate tali. Talvolta non ha altro scopo che quello di contrassegnare la donna del proprio cuore, perché qualche don Giovanni di piazza, riconoscendola per la bella del camorrista, smetta qualsiasi velleità di corteggiarla».

Lo sfregio c.d. di cumanno è, invece quello riservato a chi ha tradito la fiducia del camorrista ed è più cruento e profondo del precedente: è compiuto con il rasoio sgranato (a denti) e ha conseguenze deturpanti maggiori.

È trascorso più d’un secolo, eppure quel “codice d’onore” ancora resiste, tramandato di generazione in generazione fino alle nuove leve della camorra, “addestrate” dalle loro famiglie a diventare criminali.

Lo conosce di certo il ragazzino sedicenne dei quartieri spagnoli che poco più di una settimana fa ha punito proprio così - con uno sfregio - la sua ex fidanzatina di appena 12 anni (!) per lavare l’onta d’esser stato lasciato, ma calcando la mano così pesantemente da provocarle uno squarcio dalla guancia alla gola che avrà conseguenze permanenti e che evidentemente era più prossimo ad un marchio di comando che non d’amore.

Lo sfregio è una lesione gravissima, con una sua connotazione ben precisa: non si pratica su una qualunque parte del corpo ma è diretta specificamente a modificare i tratti somatici del volto, importando «un turbamento irreversibile dell’armonia e dell’euritmia delle linee del viso, con effetto sgradevole o d’ilarità, anche se non di ripugnanza, secondo un osservatore comune, di gusto normale e di media sensibilità» (così Cass. Pen. Sez. V, sentenza 16 giugno 2014, n. 32984).

Da semplice aggravante del reato di lesione personale previsto dall’art.582 c.p., lo sfregio è oggi divenuto autonomo reato grazie alla legge 19 luglio 2019, n. 69 (c.d. Codice Rosso) - recante norme in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere – che ha aggiunto l’art. 583-quinquies c.p. che sanziona, con la reclusione da otto a quattordici anni «chiunque cagiona ad alcuno lesione personale dalla quale derivano la deformazione o lo sfregio permanente del viso».

Ma tutto questo sarà stato probabilmente indifferente a quel ragazzo – che, già noto alle forze dell’ordine per alcuni precedenti, a dispetto dei suoi pochi anni – avrà tenuto maggiormente in conto la difesa del suo onore, badando anche di compiacere quell’importante famiglia di boss con cui è imparentato.

Fa molto pensare questa vicenda: per l’età dei protagonisti (a 12 anni si è ancora bambine da treccine e cartoni animati, e a 16, di primi amori acerbi e imbarazzati), per la dinamica dell’accaduto (in strada, ad un’ora della notte che per dei minorenni chiamerebbe in causa anche la “culpa in educando” dei genitori), per la necessità di dover ammettere che un sedicenne che (in Italia) va in giro con un coltello in tasca merita biasimo al pari del diciottenne che (in Texas) compra un fucile e spara dentro ad un asilo.

Ma, prima ancora, è una vicenda che lascia sgomenti laddove evidenzia un degrado culturale e sociale del tutto disallineato dai progressi e dalla pretesa modernità di quest’epoca.

Quella dei due ragazzini è una storia malata, in cui si colgono anacronistiche distorsioni della realtà; su tutte, l’atavica idea della superiorità dell’uomo sulla donna, cui a sua volta si ricollega un sentimento di gelosia iperbolico, inappropriato all’adolescenza, che è notoriamente una fase dell’esistenza senza solidità, dove ogni cosa poggia sull’incostanza, l’effimero ed il mutamento continuo.

Qui c’è invece un ragazzo che sventola il vessillo dell’onore, la prima lezione appresa da un modello culturale arcaico basato su un concetto di “appartenenza” che non è inteso, romanticamente, come legame spirituale e incontro di anime, ma, più volgarmente, come possesso.

C’è il conflitto tra un pensiero narcisista e maschilista, che relega la donna alla condizione di oggetto su cui si può imprimere il proprio “marchio”, e una rivendicazione di libertà ed indipendenza che ripropone una battaglia vecchia di secoli, col suo carico ferite che spesso non hanno avuto evidenza esterna ma lo stesso hanno sanguinato e lasciato cicatrici.

C’è una “periferia intraurbana” dove il chiasso, il disordine i colori della sua variopinta umanità non sono solo il simbolo del suo folklore ma anche l’espressione d’uno sforacchiato equilibrio tra legge della giungla, compromessi e deriva delle istituzioni. Un luogo in cui non c’è tempo per restare bambini: si deve crescere in fretta ed altrettanto presto bisogna imparare a difendersi e a farsi rispettare. Una terra di sudditi e padroni, di capi e manovalanza, di maestri e apprendisti, dove la scuola della strada insegna la grammatica della vita, mentre invece si evade la scuola vera, quella dei saperi che formano e che aprono la mente al cambiamento ed al miglioramento.

Soprattutto, c’è la mancanza di un sistema di interventi corposo ed efficace che guardi ai bisogni di famiglie confinate ai margini d’un contesto civilizzato, che risolva l’emergenza educativa di tantissimi bambini e ragazzi destinati altrimenti a perdersi, che insista sulle responsabilità di una “culpa in vigilando” di portata collettiva e sociale, perché innegabilmente siamo tutti colpevoli laddove non si curi la salubrità di ambienti in cui il passaggio dall’emarginazione alla devianza e poi alla delinquenza viaggia su segmenti temporali brevissimi e nel ridottissimo spazio che separa l’infanzia dall’adolescenza.
 © Informati S.r.l. – Riproduzione Riservata

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