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Avrei potuto dedicare questo articolo a Paolo Rossi, l’eroe dei mondiali 1982 che nei nostri ricordi collettivi è rimasto ancora un ragazzino. Ma in tanti gli avranno tributato onori sebbene, inevitabilmente, immediato sarà stato il confronto quantitativo e qualitativo con quelli che pochi giorni fa sono stati offerti a Maradona. Pablito condivide tuttavia con Diego il privilegio della popolarità, per essere stato tra i simboli di un epoca di scintille sportive che hanno contribuito a portare in auge la gloria dell’Italia calcistica.
Senza nulla togliere ai meriti del calciatore, preferisco tuttavia dedicare questo spazio ad un altro nome, probabilmente meno conosciuto, sebbene anch’esso legato alle sorti d’Italia, ma quella che si è fatta sui campi di battaglia - reali e ideologici - più che sui campi di calcio.
Il nome è quello di Lidia Menapace, nome di battaglia “Bruna”, una delle nostre ultime partigiane.
Classe 1924, piccola, minuta, e tuttavia solida, sicura, coraggiosa, Lidia a 96 anni ancora non aveva smesso di professare le sue idee, in particolare quelle che, dal ’68 in poi, l’avevano chiaramente connotata come una figura cardine del femminismo.
Ha dedicato l’intera sua vita a battersi per quello in cui credeva, in modo fermo e del tutto pacifico, perché convinta che la guerra non potesse trovare posto nella democrazia. Perciò, quando aveva ricevuto il “brevetto” di ‘partigiano combattente con grado di sottotenente’ era diventata “furiosamente antimilitarista" - come aveva raccontato lei stessa in un documentario realizzato per i suoi 90anni – rifiutando, lei che un’arma non l’aveva mai toccata, sia il titolo che il riconoscimento economico: non aveva fatto la guerra come militare – aveva spiegato - e la lotta antifascista per la libertà non aveva un prezzo.
Laureatasi in letteratura italiana nel 1945, già in quella sede al professore che aveva definito la sua tesi "frutto di un ingegno davvero virile" aveva replicato che proprio il giorno della sua laurea non voleva rischiare un errore d’identità, che era una donna e che, casomai poteva definirsi "isterica", ma non certo virile. Già allora erano evidenti i semi di quel pensiero di cui – a corollario di un impegno che di certo non sarebbe stato solo linguistico - si sarebbe fatta portavoce più tardi: la necessità di una “sessuazione” del linguaggio, in risposta a tutti coloro che rifiutano di declinare al femminile attributi quali sindaco, avvocato e ministro. Finché una lingua non è morta, si possono inventare parole nuove, e Lidia sosteneva che sessuare le parole fosse, di per sé, una cosa semplice, ma che si fosse restii ad accettarla, perché “il nome è potere, esistenza, possibilità di diventare memorabili, degne di memoria, degne di entrare nella storia in quanto donne, non come vivibilità, trasmettitrici della vita ad altri a prezzo della oscurità sulla propria. Questo è infatti il potere simbolico del nome, dell’esercizio della parola. Trasmettere oggi nella nostra società è narrarsi, dirsi, obbligare ad essere dette con il proprio nome di genere".
Dalla Resistenza Lidia aveva appreso la lezione che, da vera insegnante – cattedratica ma anche di vita - aveva trasmesso alla propria ed alle generazioni successive: la voglia di ricostruire, dopo le macerie civili e umane della guerra; l’impegno culturale e sociale; la lotta per la propria identità; l’indipendenza. Quest’ultima, in realtà, l’aveva già forse appresa da sua madre, una mente emancipata per i suoi tempi, che era solita ripetere alle due figlie: “siate indipendenti economicamente e poi fate quello che volete. Cambiate pure uomo, l’importante è che non gli chiediate i soldi per le calze, perché non si può essere indipendenti nella testa se si è dipendenti nei piedi". Da lì al femminismo il passaggio era stato semplice; e da fiera femminista, Lidia aveva mirabilmente descritto la forza del movimento ricorrendo alla metafora dell’”andamento carsico” di un fiume che a volte cessa di scorrere in superficie e si imbuca sottoterra, dove tuttavia continua ad avere vitalità, per poi riaffiorare di nuovo, altrove, in un continuo gioco di luci e ombre che da sempre appartiene all’umanità.
Alle sue idee e ai suoi principi Lidia è sempre rimasta fedele, anche a costo di dover perdere qualcosa, manifestando apertamente il suo pensiero e senza mai scendere a compromessi: dichiarandosi marxista, aveva perso l’occasione di fare carriera all’università Cattolica dove insegnava; più tardi, come senatrice, la propria carriera sarebbe terminata a causa delle sue dichiarazioni contro le Frecce tricolori, che “sono uno spreco e inquinano, e solo in Italia vengono pagate con i fondi pubblici”.
Da testimone della Resistenza, con inalterata e cruda lucidità, in un’intervista del 2009, a chi le chiedeva cosa di essa ancora oggi restasse, aveva risposto: “un gran buco da colmare”, una sorta di “'Alzheimer organizzato”. L’Alzheimer è temuto da tutti, perché porta alla perdita della memoria di se stessi; se un intero popolo viene indotto all’Alzheimer perché privato della memoria, diventa uno strumento in balia di chi lo governa. “E senza un passato con cui confrontarsi, il popolo non ha un futuro”.
Un’altra lezione aveva imparato Lidia dalla Resistenza: quella di saper convivere con la paura e superarla. Perciò, “ora liberiamoci di questo virus”, aveva detto di recente.
Ma stavolta non ce l’ha fatta. Ha combattuto ancora una volta contro un nemico non comune, affatto scontato, e ha perso.
Si crede, spesso, che persone come lei, che portano addosso il fardello della storia, non muoiano mai, che siano stelle fisse deputate a indicare la rotta sicura a chiunque ne condivida il pensiero e l’azione, dimenticando che invece sono anch’esse di carne ed ossa e, perciò, racchiuse in un ciclo, limitate da un tempo. Ma è proprio di fronte all’ineluttabilità della sorte che si comprende, allora, l’importanza dell’esempio e della memoria.
Di grandi calciatori, che hanno lasciato la loro impronta nella storia dello sport, ce ne sono stati tanti ed altri ancora ce ne saranno.
Dei partigiani, benché pure tanti ce ne siano stati, i più sono rimasti anonimi sebbene ognuno abbia dato il proprio contribuito alla Storia. Di essi è certo che non ce ne saranno più.