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Nel corso della recente audizione presso le commissioni riunite giustizia e finanze della Camera, nell'ambito dell’esame dello "Schema di decreto legislativo recante disposizioni in materia di ordinamento della giurisdizione tributaria", il presidente nazionale Lapet Roberto Falcone, pur esprimendo compiacimento per l'impianto generale del provvedimento e per i progressi compiuti negli ultimi anni, come l'introduzione del concorso pubblico per l'arruolamento dei magistrati e la loro progressiva stabilizzazione professionale, ritiene non più procrastinabili due questioni fondamentali: sottrarre le corti al controllo del MEF ed estendere il patrocinio ai tributaristi qualificati e certificati.
“La riforma della giustizia tributaria rischia di rimanere un’opera incompiuta se non si spezza il legame amministrativo e organizzativo che unisce chi giudica a una delle parti in causa” ha spiegato il presidente. La proposta di sottrarre le corti al controllo del MEF per garantire un giudice davvero terzo, non giunge isolata, ma si inserisce in un solco già tracciato dalla Lapet. Ultimo, in ordine di tempo, è l’intervento sulle pagine di questo giornale (si veda Italia Oggi dell’11 luglio scorso) che ci vede in perfetta sintonia con le storiche battaglie e l'autorevole pensiero dell'avvocato tributarista Maurizio Villani. “Abbiamo più volte denunciato l’insostenibilità di un sistema che vede l'organo giudicante ancora legato a doppio filo all'apparato ministeriale che governa la pretesa impositiva” insiste Falcone. Tale proposta emendativa offre oggi il braccio operativo e normativo a una tesi unanime e, tra l’altro, condivisa anche da parte degli altri soggetti che sono stati auditi, come il consiglio di presidenza della giustizia tributaria: la terzietà del giudice tributario non può più rimanere un'enunciazione di principio, ma necessita di un'immediata indipendenza logistica e strutturale dal MEF.
Nella memoria depositata dalla Lapet si evidenzia quindi come la sola professionalizzazione del giudice non sia sufficiente. Attualmente si verifica un vero e proprio cortocircuito istituzionale: la gestione logistica, economica e organizzativa delle corti di giustizia tributaria fa capo allo stesso ministero a cui risponde l'amministrazione finanziaria (l'apparato che emette gli accertamenti e gestisce la riscossione).
Il richiamo giurisdizionale della Lapet si ancora direttamente all'articolo 111 della Costituzione, il quale stabilisce che ogni processo debba celebrarsi davanti a un giudice imparziale e strutturalmente terzo rispetto ai litiganti. La sovrapposizione attuale compromette la percezione esterna di imparzialità dell'intero sistema da parte dei cittadini.
La proposta formulata alle commissioni è stata dunque quella di trasferire la gestione amministrativa e organizzativa della macchina giudiziaria tributaria a un soggetto istituzionale estraneo alle dinamiche dell'incasso erariale, individuato ad esempio nel ministero della giustizia, oppure presso la presidenza del consiglio dei ministri.
“Solo questo passaggio permetterà di bilanciare efficacemente la potestà fiscale dello Stato e la tutela dei diritti dei contribuenti, trasformando il principio del "giusto processo" da teoria a realtà ordinamentale” ha concluso Falcone.