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Il no dei commercialisti - I commercialisti non condividono la decisione espressa lo scorso venerdì dal governo che, in seno al Consiglio dei ministri, ha approvato il decreto per la liquidazione dei compensi degli amministratori giudiziari. Il provvedimento che ha ottenuto il beneplacito della squadra esecutiva, ma non quello del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, non contiene solo le misure inerenti al calcolo dei compensi, ma individua altresì i principi generali della disciplina, vale a dire “tabelle di liquidazione differenziate per singoli beni o complessi di beni, e per i beni costituiti in azienda; diversificazione del compenso sia comunque sulla base di scaglioni commisurati al valore dei beni o dei beni costituiti in azienda, quale risultante dalla relazione di stima redatta dall'amministratore giudiziario, ovvero al reddito prodotto dai beni; eventuale aumento o riduzione del compenso nell’ambito di percentuali da definirsi e comunque non eccedenti il 50 per cento”. Il testo, nel momenti in cui il Consiglio nazionale ha diffuso la nota di diniego, non era stato ancora notificato, ma già dalla prime indiscrezioni è stato possibile esprimere la completa non condivisione dello stesso.
Ragioni di contrarietà - A prender la parola in rappresentanza della categoria è stata Maria Luisa Campise, consigliere nazionale con delega alle funzioni giudiziarie. “Se il testo del decreto approvato in Cdm, che al momento non è stato ancora diffuso, confermerà quanto anticipato da alcuni organi di stampa sarà per la nostra professione sbagliato, nel merito e nel metodo. Si tratta di un testo nato nell’assoluta mancanza di condivisione con i rappresentanti delle categorie professionali di riferimento (dottori commercialisti ed avvocati), condivisione indispensabile in una materia così complessa e delicata nella quale il professionista è chiamato a svolgere, in contesti spesso criminali, attività non parificabili a quelle svolte da altri professionisti, quali, ad esempio, il curatore fallimentare”. Con questo chiaro intervento il consigliere nazionale ha delineato le ragioni della contrarietà. Il punto è che, stando alle posizioni espresse dal consigliere nazionale, la relazione illustrativa del decreto mette in evidenza l’adozione di un approccio che va per il verso opposto, “addirittura considerando le attività svolte dal curatore fallimentare più complesse rispetto a quelle dell’amministratore giudiziario. Sul punto è doveroso segnalare che l’amministratore giudiziario istituzionalmente amministra e custodisce i compendi gestiti nell’ottica di valorizzare gli stessi e, quindi, secondo modalità esattamente opposte rispetto a quelle caratterizzanti l’approccio liquidatorio del curatore fallimentare”.
L’inadeguatezza dei nuovi criteri - E non finisce qui, perché il consigliere Campise ha preso altresì in esame il decreto sia dal punto di vista del merito che dei criteri di determinazione dei compensi. In entrambi i casi è venuta a galla una situazione di riconoscimenti inadeguati nei confronti delle attività che l’amministratore giudiziario svolge concretamente. È chiaro dunque che, a parere del Consiglio nazionale, il provvedimento recentemente approvato dal governo debba “essere coordinato con i lavori della competente Commissione Giustizia che, come noto, sta esaminando un progetto organico di modifica al Codice antimafia, presumibilmente prevedendo la traslazione delle competenze dell’Agenzia Nazionale al momento della confisca definitiva e la conseguente permanenza dell’amministratore giudiziario fino a quel momento. La suddetta condivisione è, pertanto, finalizzata ad evitare che si crei una lacuna legislativa per il pagamento dei compensi dell’amministratore giudiziario dopo la confisca di primo grado e fino alla confisca definitiva”. Ciò detto, la Campise conclude che, tenendo conto del “notevole lasso temporale dal D.lgs. n. 14/2010, sarebbe auspicabile coordinare questo decreto con le modifiche in atto al Codice antimafia, valorizzando la figura dell'amministratore giudiziario”.