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L’iter interrotto - Si può dire che la Riforma dell’avvocatura sia nuovamente al punto di partenza. Infatti l’inizio dei lavori parlamentari non è stato propizio per il disegno di legge. Ricordiamo che il testo aveva ottenuto larga approvazione in maniera trasversale da tutte le componenti politiche, che avevano espresso parere unanime al fine di accelerare i tempi di approvazione. Così, dopo il vaglio dei senatori e le modifiche dei deputati, si era in fiduciosa attesa della seconda approvazione al Senato. Purtroppo però qualcosa è accaduto a interrompere il fluido iter del D.D.L. Di che si tratta? Ebbene, stiamo parlando del freno imposto dal governo con la risposta del 5 settembre del ministro Severino al sollecito inviatole dal presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno.
Le conseguenze dello stop - Prima di entrare nel merito delle argomentazioni apportate dal ministro nella missiva che il senatore Bongiorno ha poi trasmesso ai suoi colleghi, sarà bene andare a vedere quali saranno le conseguenze di questo freno posto alla riforma forense. Il punto è che, proprio alla luce del D.D.L. in questione, i rapporti tra governo e legali sembravano sulla via della distensione. Ora, con lo stop ufficialmente imposto dal Guardasigilli, sarà probabile che si ritorni al punto di partenza in un clima di totale sfiducia e sbigottimento. La riforma avrebbe avuto molteplici significati se avesse potuto proseguire il percorso finora intavolato. In prima battuta, legali ed esecutivo avrebbero potuto lavorare fianco a fianco per raggiungere un accordo in merito all’abbattimento dell’arretrato civile. Prospettiva, questa, che ormai sembra essersi allontanata e a farne le spese sarà l’intera società.
Le motivazioni del ministro – Il governo non ha detto no alla riforma forense, questo dev’esser chiaro. L’assenso pronunciato è però dipendente dall’attuazione delle richieste di modifica che la squadra esecutiva, per mezzo della lettera del ministro Severino, ha inoltrato alla Commissione parlamentare guidata dal senatore Bongiorno. Il primo punto vagliato dal Guardasigilli si riferisce al comma 6 dell’articolo 2 del D.D.L., ossia alla riserva di consulenza e all’assistenza stragiudiziale. In sostanza, la riforma professava una limitazione che è però assente negli altri ordinamenti professionali e non appare motivata dalla tutela degli interessi generali. Secondariamente, la lettera del ministro invita i parlamentari a rivedere e modificare l’articolo 9, nello specifico per quel che concerne l’esclusione della possibilità di valutare l’esperienza professionale qualificante maturata dagli iscritti da meno di vent’anni come alternativa alla frequenza di corsi formativi. Il terzo punto da rivedere è inerente alla pubblicità, le cui disposizioni presenti all’articolo 10 del testo risultano troppo restrittive. L’invito è quello di eliminare la cosiddetta “delega in bianco” al Cnf per quel che concerne la scelta dei criteri pubblicitari da adottare, stabilendo in sostituzione determinati principi informativi e comunicativi saldi da seguire. Un severo altolà scende poi sulla questione delle tariffe. Di fatto, il comma 8 dell’articolo 13 reintroduce un tariffario che però è già stato abrogato dal D.P.R. di Riforma degli ordinamenti professionali. Secondo questo articolo, infatti, il Consiglio può imporre al cliente in maniera autoritativa il compenso da destinare all’avvocato. Le ultime due questioni da modificare sono inerenti alle incompatibilità e al tirocinio. Nel primo caso, la lettera del ministro Severino indica un eccesso di incompatibilità in seno all’articolo 18, tali punti spaziano dal lavoro autonomo al ruolo del consigliere della società di capitali. In merito al tirocinio, è emerso l’invito a modificare il comma 4 dell’articolo 41 che sancisce l’incompatibilità tra l’impiegato pubblico e lo svolgimento della pratica forense. Per concludere, l’esecutivo ritiene troppo lunga la durata di 24 mesi del tirocinio.
Il parere del Cnf - E' stata inevitabile la dura reazione del Cnf. "Inaccettabile il metodo con il quale il governo ha posto delle condizioni al Parlamento per il passaggio della riforma forense in deliberante in commissione Giustizia della Camera. Si profila una prevaricazione che punta a esautorare il Parlamento, che l'avvocatura denuncia con forza". Questo è stato l'esordio che ha caratterizzato l'intervento delle massime cariche di rappresentanza degli avvocati italiani. L'Avvocatura non solo ritiene ingiustificato il ritardo con cui l'esecutivo ha risposto, ma ha altresì espresso l'intenzione di impugnare i regolamenti sulle professioni e i parametri. "Prendiamo atto di questa decisione, tuttavia le condizioni poste dal governo - ha affermato il presidente del Cnf, Guido Alpa - appaiono non solo irrispettose dell'autonomia del Parlamento, ma mettono anche a rischio alcune scelte normative irrinunciabili della riforma forense a tutela dei principi di autonomia e indipendenza di una professione che ha rilievo costituzionale. Siamo costretti a rilevare l'intollerabile deficit di democrazia, visto che in uno stato democratico non sono ammissibili limitazioni alla libertà dell'azione del Parlamento. Duole sottolineare che il comportamento del governo, in quanto volto a escogitare espedienti per ritardare il compimento dell'iter della riforma smembrando il testo: è abnorme e fuori da ogni prassi costituzionale".