Rimani aggiornato!
Iscriviti gratuitamente alla nostra newsletter, e ricevi quotidianamente le notizie che la redazione ha preparato per te.
La lettera - Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il ministro dell’Economia e delle Finanze, Pier Carlo Padoan, il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, i viceministri dell’Economia, Enrico Morando e Luigi Casero, i sottosegretari del medesimo dicastero, Enrico Zanetti e Pierpaolo Baretta, e il capo della segreteria tecnica dell’Economia, Francesco Alfonso, sono stati destinatari di una missiva inoltrata ieri a mezzo email dal coordinamento unitario delle sigle sindacali alle quali fanno riferimento i dottori commercialisti e gli esperti contabili. La lettera, firmata da Vilma Iaria - Presidente ADC, Roberta Dell’Apa - Presidente AIDC, Marco Cuchel - Presidente ANC, Amedeo Sacrestano - Presidente ANDOC, Raffaele Marcello Presidente - UNAGRACO, Eleonora Di Vona - Presidente UNGDCEC, e Domenico Posca - Presidente UNICO, verte sulla recente disposizione introdotta dal decreto ‘Renzi’ e relativa alla tassazione delle rendite finanziarie al 26%.
Casse penalizzate – Dunque, secondo quanto illustrato dalle associazioni di categoria, questa disposizione pone delle grosse penalizzazioni sulle spalle delle Casse di previdenza delle professioni ordinistiche. “L’aumento dell’aliquota al 26% danneggia fortemente gli investimenti finanziari della Cassa di Previdenza dei Dottori Commercialisti e della Cassa di Previdenza dei Ragionieri, volti alla conservazione del livello di patrimonio per garantire la sostenibilità nel lungo periodo”, spiegano nella lettera. Le associazioni di dichiarano convinte che una simile norma mal si addice alla difficile congiuntura economica che sta vivendo il Paese. Il punto è che da essa deriverà una forte contrazione dei redditi che va a minare il patrimonio e la sostenibilità dell’ente di previdenza, comprimendo altresì le aspettative di carattere previdenziale dei professionisti che versano la quota alla propria cassa di riferimento. “Le Casse di Previdenza, già oltremodo colpite da una sempre più invasiva doppia tassazione, non devono essere ancor più penalizzate da una tassazione sui rendimenti e sulle plusvalenze, che le assimila ad un qualunque investitore speculativo. Le Casse, infatti, gestiscono contributi previdenziali di primo pilastro dei propri iscritti e non fondi speculativi. Non può non ricordarsi che in Europa ben 17 paesi non prevedono alcun tipo di tassazione sulle rendite finanziarie delle casse di previdenza, proprio perché non assimilate ad investitori speculativi. D’altra parte, la stessa norma che introduce l’aumento dell’aliquota dal 20 al 26% prevede apposite eccezioni al fine di non modificare il regime impositivo di talune fattispecie, ritenute forse più ‘meritevoli’, quali: i titoli di Stato italiani ed esteri, i titoli del risparmio per l’economia meridionale, taluni interessi e dividendi corrisposti a società di gruppo non residenti ed il risultato netto delle forme di previdenza complementare”.
La richiesta – Tenendo conto di quanto fin qui esposto, nella missiva inoltrata al governo le sigle sindacali dei commercialisti italiani chiedono una revisione della citata norma. Una modifica risulterebbe utile soprattutto se mirata a equiparare il livello di tassazione degli investimenti delle Casse previdenziali a quello delle rendite finanziarie dei fondi pensioni posto all’11%. Il legislatore deve infatti considerare che gli investimenti effettuati da un istituto di previdenza sono fondati su principi etici e sociali. “Le Associazioni invitano pertanto gli organi competenti ad una approfondita riflessione e revisione di una norma che appare non solo iniqua ma anche contraria alla sostenibilità del sistema previdenziale”, concludono le sigle.