21 dicembre 2012

Cup: poco utile legge per i senz'Albo

Le professioni regolamentate non temono la concorrenza, bensì la scarsa tutela degli utenti.
Autore: Redazione Fiscal Focus

La legge delle non regolamentate - Come s’è visto nei giorni scorsi, è stata approvata dalla commissione Attività produttive della Camera dei deputati la legge che stabilisce le regole d’esercizio delle attività professionali delle categorie i cui operatori non sono iscritti ad alcun Albo. La platea racchiude milioni di professionisti che spaziano dai tributaristi, ai traduttori, agli interpreti e via dicendo. Tali disposizioni, se n’è lungamente parlato, se da un versante hanno generato la soddisfazione dei beneficiari, dall’altro hanno alimentato polemiche tra gli esponenti del mondo professionale ordinistico, che vedono in questa legge la volontà di costituire categorie di serie A e categorie di serie B senza tener conto delle tutele degli utenti che dovranno poi pagare per eventuali disservizi. Proprio su siffatto tema si è soffermato un membro del direttivo del Cup, il comitato unitario delle libere professioni regolamentate. Il consigliere Andrea Bonechi, tra l’altro membro effettivo dell’ultimo Cndcec, ha fatto il punto sulla situazione che andrà a delinearsi illustrando altresì la posizione del Comitato.

Nessun vantaggio all’orizzonte – Il parere del Cup, organismo presieduto dal leader dei consulenti del lavoro Marina Calderone, è che l’anzidetta legge non vada a produrre alcuna utilità ai fini dell’incremento qualitativo delle prestazioni, tuttavia il Comitato è convinto che essa serva più che altro ad ampliare le possibilità lavorative dei professionisti non iscritti all’Albo. “Questa legge serve solo agli enti di certificazione di qualità attrezzati per fare qualche consulenza in più”, ha spiegato Andrea Bonechi, recentemente interpellato a nome del Cup. In sostanza, il direttivo del Comitato unitario tende a considerare tale legge non come una disposizione capace di stravolgere gli assetti che finora ha conosciuto il settore delle professioni, in quanto quel che realmente muta è esclusivamente la terminologia. “Si potrà abusare scientemente del termine ‘professione’”, continua Bonechi. A ben vedere, però, questo piccolo cambiamento potrà provocare grosse confusioni soprattutto tra gli utenti, che potranno essere più facilmente ingannati da un uso improprio ed esteso della qualifica.

Livelli competitivi immutati, ma pericolo qualitativo – Le professioni non temono la competizione. Questa è un’altra certezza del Cup. La legge infatti non introduce nuove professioni, in quanto si limita esclusivamente a certificare ed estendere attività che i non abilitati già svolgevano. La reale preoccupazione delle professioni ordinistiche è riferita meramente agli utenti ai quali dev’esser garantita una prestazione qualitativamente alta. “La capacità di concorrenza non muta, perché questi soggetti sono già sul mercato, quello che cresce è solo il rischio del millantato credito da parte di chi non ha e non ha voluto avere abilitazioni”, ribadisce il consigliere commercialista Andrea Bonechi.

L’utilità della legge –
A cosa è servita dunque una tale disposizione? Ebbene, il Cup è convinto che essa non faccia altro che incentivare la certificazione di un determinato insieme di attività che i professionisti non iscritti agli Albi già svolgevano. Nello specifico, non può riscontrarsi nella legge neanche il compito di controllo della qualità, poiché si ritiene che per assurgere a tale ruolo non fosse necessario un siffatto sforzo legislativo. Con le certificazioni gli enti e le associazioni dei professionisti non regolamentati possono estendere il campo operativo, prestando qualche “consulenza in più”, ma il raggio d’azione della legge finirebbe qui, secondo il Cup. In definitiva, l’unica utilità è proprio quella inerente alle certificazioni degli enti, per il resto il parere che si può leggere tra le righe delle dichiarazioni del Comitato è che la disposizione sia sostanzialmente inutile.

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