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La ferita - La recente approvazione della riforma della categoria forense ha lasciato aperto, come abbiamo visto, un delicato vulnus in merito alla previdenza, che riguarda soprattutto i giovani iscritti.
La questione dei contributi - A essere interessati sono sessanta mila avvocati che hanno appena intrapreso il cammino professionale, pertanto sono in possesso di un reddito annuale che ai fini Irpef non supera i dieci mila euro e ai fini Iva è al di sotto dei quindici mila euro. Per questi soggetti, prima della riforma dell’avvocatura, non vigeva l’obbligo di versare i contributi alla Cassa di previdenza di riferimento della categoria, in quanto per loro era stabilito che pagassero in maniera proporzionale alle entrate effettive oltreché la possibilità di iscriversi alla gestione separata dell’Inps. Ora, dopo l’entrata in vigore della riforma, i giovani avvocati con redditi Iva e Irpef relativamente bassi dovranno pagare anche i contributi minimi. Lo avevamo già scritto nelle scorse settimane, manifestando l’auspicio di una pronta soluzione. Strada che però ancora non è stata percorsa e questi sessanta mila giovani avvocati si trovano ancora con un pugno di mosche in mano.
Cosa cambia con la riforma – Il punto è che, come s’è appurato nei giorni passati, con l’introduzione della legge che va a riformare la categoria forense l’iscrizione all’Albo sarà contestuale a quella alla Cassa e ciò implicherà l’aumento degli oneri ai quali i giovani professionisti dovranno far fronte, a prescindere dagli effettivi guadagni. Non pare affatto un provvedimento in linea coi tempi, considerata la critica congiuntura economica e le note difficoltà di ‘sopravvivenza’ che attualmente vivono i giovani professionisti (avvocati e non solo). Quindi chiunque acceda all’Albo dovrà versare 250 euro circa di iscrizione allo stesso, altri 300 euro circa per la polizza Rc professionale ormai obbligatoria e 100 euro circa per sostenere le spese di formazione obbligatoria. Si tratta di quasi settecento euro, che sicuramente andranno ad aumentare con l’aggiunta dei contributi minimi per l’iscrizione alla Cassa previdenziale. Un vero e proprio salasso per quei giovani avvocati che non hanno sicuramente entrate paragonabili a quelle di professionisti di lungo corso. Con il contributo minimo, in sostanza, i giovani si troveranno gravati di ulteriori spese e usciranno sconfitti dal mercato concorrenziale perché non saranno in grado di correre allo stesso ritmo di studi e professionisti economicamente più solidi.
Le varie proposte risolutive – In ogni caso, all’interno della categoria, si sta ampiamente discutendo circa possibilità risolutive. L’auspicio generale è che entro un anno l’istituto previdenziale di categoria possa individuare nuove regole. L’ipotesi da più parti caldeggiata sarebbe la possibilità di congelare il pagamento dei contributi minimi fino ai primi sette anni di attività, per poi procedere a una dilazione a partire dall’ottavo anno. Da parte sua, il presidente della Cassa forense Alberto Bagnoli, dichiara che purtroppo “al di là delle esenzioni totali consentite dalla legge è molto probabile che non si potrà prescindere da un contributo minimo che sarà rideterminato in misura agevolata per i redditi inferiori ai 10 mila euro”.
Dalle altre categorie – In ogni caso, la questione giovani&contributi è un tema aperto anche nelle altre categorie professionali, non solo per quella forense. Tant’è che appare chiaro che anche qualora le Casse adottassero dei sistemi agevolativi per i giovani iscritti, rimarrebbero comunque non poche problematiche da risolvere. “Non è assolutamente giusto stabilire contributi minimi che presuppongono un reddito, a prescindere dalle esigenze finanziarie e attuariali della Cassa - spiegano quelli di Unico, Unione italiana commercialisti - Con l’attuale sistema contributivo, sulla base del quale si ha diritto ad una pensione commisurata ai versamenti, occorre parametrare questi ultimi al reddito effettivo e non a quello presunto. Tra l’altro i giovani iscritti alla Cassa percepiranno un reddito da pensione molto più basso rispetto a quello sulla base del quale hanno versato e si stima che il rendimento delle contribuzioni andrà dal 25 al 30% nei migliori dei casi”.