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Quis custodiet ipsos custodes?
È la frase più famosa e significativa di una satira di Giovenale, l’autore latino che così si domandava constatando la dissolutezza e l’immoralità ormai dilagante tra i Romani, le donne soprattutto, dalle quali risultava pertanto utopico pretendere un comportamento virtuoso ed incorrotto laddove coloro stessi che avrebbero dovuto sorvegliarle ed orientarle erano corrotti. E con lo stesso sdegno Platone, nella Repubblica, esortava i custodi dello Stato a guardarsi dai vizi, per non dover essi stessi aver bisogno di sorveglianza (“È certamente ridicolo che un custode abbia bisogno di un custode!”).
Quell’interrogativo torna quanto mai d’attualità oggi, proprio di fronte al preoccupante dilagare delle condotte riprovevoli di coloro i quali – considerati anche per antica tradizione e per ruolo sociale paladini della giustizia e dell’equità – rinnegano obblighi e giuramenti, barattando la loro moralità col guadagno illecito, così sollevando il consistente dubbio di essere ormai noi tutti i cittadini di un Paese privo di qualunque garanzia e sicurezza.
Nelle maglie della nuova Tangentopoli Fiscale sono, difatti, finiti giudici, avvocati, commercialisti, docenti universitari e più in generale esponenti di tutte quelle categorie che, per istituzione e per coscienza civile e morale, dovrebbero invece “custodire” l’integrità del nostro sistema.
Da Milano a Catania, lungo tutto il perimetro della nostra geografia nazionale, la rete degli inganni, della corruzione e del palese conflitto d’interesse sembra non avere smagliature, ed è anzi drammaticamente compatta ed uniforme.
È dunque comprensibile lo sdegno di chi si senta inadeguatamente e deleteriamente rappresentato da quei singoli la cui condotta sgualcisce l’immagine della propria categoria d’appartenenza.
È quanto ha voluto fermamente sottolineare il Presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, Gerardo Longobardi, che – nel rivendicare le competenze ed il ruolo del commercialista quale intermediario costante tra imprese, cittadini e pubblica amministrazione, oltreché propulsore della crescita del tessuto imprenditoriale e al buon funzionamento della macchina dello Stato – ha annunciato che il CNDCEC si costituirà parte civile nei processi in cui sono coinvolti professionisti iscritti all’Ordine che con il loro operato abbiano screditato l’intera categoria professionale.
Longobardi ha pure voluto ricordare che da pochi giorni è entrato in vigore il nuovo codice deontologico, cui a breve sarà affiancato un regolamento contenente la normativa sulle sanzioni disciplinari, e come – dunque – vicende come quella appena accaduta costituiscano ancor più uno sprone ad impegnarsi per operare in conformità a dettati morali imprescindibili.
La scelta di costituirsi parte civile nei processi summenzionati vuole anche essere un segno della distanza che la categoria intende prendere da vicende per essa poco edificanti ed, anzi, evidenzia la necessità che il messaggio da indirizzarsi all’opinione pubblica debba essere quello della fiducia e del sostegno da dare ad un ruolo professionale che continuerà ad operare accanto ed a tutela delle istituzioni, scevro da contaminazioni ed interessi particolari.