20 giugno 2011

Lavoro, luci ed ombre per le donne. Ma le imprese «rosa» crescono.

Autore: Simona D'Alessio

Un omaggio alle «capitane coraggiose» che si sono distinte per aver creato un'azienda fiorente, aver difeso i diritti dei lavoratori, dimostrato che nei consigli di amministrazione delle società c'è (e dev'esserci) spazio per il talento femminile. Le cifre, fra l'altro, sono dalla loro parte: le rilevazioni di Unioncamere evidenziano che nel 2010 sono salite del 2,9% le imprese «rosa», a fronte di un -0,36% di quelle a conduzione maschile.

L'occasione per puntare i riflettori sulla condizione professionale del «sesso debole» è stata la consegna, a Roma, dei riconoscimenti della XIII edizione del premio della fondazione Marisa Bellisario, l'associazione per promuovere la carriera delle donne, intitolata alla memoria di una delle prime manager italiane, spentasi a soli 53 anni, nel 1988. Sul podio sono salite, fra le altre, Susanna Camusso (segretario generale della Cgil), Lorenza Lei (direttore generale della Rai), Anna Maria Tarantola (vicedirettore generale della Banca d'Italia) e Denise De Pasquale (presidente della società di outsourcing Progetto lavoro). Fra il 2009 e il 2010, per le imprese guidate da una donna il progresso è stato deciso: al confronto con quelle dei colleghi maschi, che ne perdono 17.072, sono aumentate di 29.040 unità. Nella selezione dei settori preferiti dalle donne della Penisola ci sono stati quelli attivi nei servizi di alloggio e ristorazione (+4.346 nuove realtà), del commercio (+4.129) e delle costruzioni (+4.016).

Con notevoli sacrifici, coloro che tengono in mano le redini di un'azienda medio-piccola, cercano di costruirsi, o mandare avanti una famiglia. Uno status che le accomuna alle colleghe impegnate in un lavoro dipendente, delle quali, ha messo in luce il recente rapporto annuale dell'Istat sullo stato del Paese, quasi un milione è stata licenziata, o costretta a dimettersi per aver deciso di avere un figlio. Una madre su tre, quindi, nel 2010, ha dovuto lasciare l'impiego per motivi familiari; nella metà dei casi l’abbandono è dovuto alla nascita di un bambino, per un totale di oltre 800mila donne. La spinta all'attuazione delle politiche di conciliazione dei tempi di lavoro e cura familiare l'ha data, a marzo, il ministero del Welfare, diffondendo delle linee guida perché, nell'ambito della contrattazione nazionale, si individuino gli spazi per una rimodulazione degli orari in entrata e in uscita, per le madri con un figlio dai tre anni in giù. Il testo, inoltre, ha definito che, una volta tornata dalla gravidanza, la donna deve ottenere mansioni che non vanifichino le competenze acquisite, facendole fare un passo indietro. Una sollecitazione alle parti datoriali, affinché non considerino la neo-mamma una lavoratrice di serie B.

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