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Manovra: carriere separate per commercialisti e giudici tributari - In questi giorni di discussione sull’imminente presentazione della riforma fiscale, una nuova indiscrezione svela il possibile sdoppiamento di carriera per i commercialisti e i giudici tributari. Tale scelta è scaturita dalla convinzione di una evidente incompatibilità tra l’attività dei liberi professionisti e il ruolo di giudice tributario. La questione posta in essere dal Governo non è totalmente contestata dal CNDCEC; ciononostante l’organo direttivo dei commercialisti e degli esperti contabili ha mosso seri dubbi circa la giustezza dei criteri divisori posti dalla riforma. In particolare, viene indicata l’inesistenza degli aspetti propedeutici all’attuazione della prevista separazione delle carriere, in quanto attualmente non è garantito un adeguato percorso formativo multidisciplinare (giuridico ed economico) atto a preparare una magistratura tributaria professionale. Un ulteriore elemento critico, secondo il Consiglio Nazionale dei commercialisti, è l’esistente dislivello di retribuzione tra i giudici ordinari e quelli tributari, condizione che verrebbe mantenuta anche nel momento in cui dovesse definitivamente concretizzarsi la suddetta separazione delle carriere.
Commento del CNDCEC - Dunque, questa eventuale novità in tema di giustizia tributaria non è passata inosservata, ma ha destato le immediate reazioni del presidente del CNDCEC, Claudio Siciliotti, il quale ha affermato che la modifica dell’attuale situazione potrebbe implicare “un peggioramento della qualità della giustizia assicurata ai cittadini, perché nei collegi giudicanti, ancor più di prima, tenderanno a permanere soltanto giudici specializzati in altre materie che si occupano di fisco a tempo perso, con ottima competenza giuridica generale, ma scarsa competenza specialistica e pressoché nulla conoscenza di dinamiche aziendali e principi contabili, nonché ex dirigenti e funzionari della pubblica amministrazione in pensione”.
Condizioni accettabili – Nel contesto operativo dei commercialisti italiani è in ogni caso auspicabile un rinnovamento, tale è la posizione del CNDCEC. La condizione di una possibile riforma si delinea come una garanzia totale di competenze fiscali, dunque una formazione specifica per i diversi ambiti in cui i giudici e i professionisti lavorano. Nel momento in cui non si dovesse presentare la volontà di modificare lo stato attuale seguendo queste linee guida, l’organo dei commercialisti, per voce del presidente Siciliotti, non ritiene necessario “espellere dalle commissioni tributarie la grande risorsa di competenze specialistiche che può essere assicurata da chi ha una formazione giuridico-economica e svolge attività di consulenza secondo modalità e contenuti tali da non risultare incompatibili a priori con la funzione di giudice tributario”.
Stato attuale - Per concludere, la risoluzione prevista dalla riforma fiscale non è avvertita come un’esigenza reale da parte dei commercialisti, né è considerata tale dai giudici tributari. “La posizione dei commercialisti italiani - chiarisce Siciliotti - è talmente fondata e per nulla sindacale, da essere condivisa dalla stessa magistratura tributaria che, conoscendo perfettamente il problema, non chiede affatto quello di cui sembrerebbe prospettarsi l’introduzione e reclama anzi l’esatto contrario”.