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Che non sia mai stata una terra ricca – se si eccettua lo straordinario patrimonio di bellezze naturali – è una consapevolezza storicamente acquisita, quasi un gene contenuto nella sua stessa essenza; ma essa può essere resa ancora più amara se a supportarla siano numeri e documenti: è la terra di Calabria, quella periferia di Stato che, per una grottesca beffa della sorte, anche geograficamente simboleggia il piede, l’infima estremità, dello stivale italico.
Con un tasso di disoccupazione giovanile pari al 65,7% (superiore di 25 punti al dato nazionale!); un reddito netto disponibile - tanto pro capite che familiare - in continuo calo (-6,4% nel 2015), specie dove derivante da lavoro autonomo; una parallela riduzione dei nuclei familiari con più di tre figli (- 13,6%) ed una contrazione della spesa media mensile familiare (-10%) che immola preferibilmente cultura, abbigliamento e servizi per la casa, la Calabria risulta la regione d’Italia con la maggiore incidenza di povertà relativa: il 28,2% dell’intera popolazione residente nel 2015 (1.970.521 unità), una percentuale che appare ancor più sproporzionata ove si consideri che è del 10,4% quella media complessiva calcolata sull’intera popolazione nazionale (ammontante a 60.665.551 unità).
Sono questi gli allarmanti risultati che emergono da una recente indagine compiuta dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti, sulla base dei dati ricavati da fonti Istat riferiti in particolare agli ultimi cinque anni.
E non c’è bisogno di essere attuari né tanto meno economisti per comprendere, al di là delle percentuali e dei grafici, la portata di espressioni quali “stato di grave deprivazione economica” e “drammatica riduzione dei giovani occupati” che, peraltro, sono anche quelli che – in un’età compresa tra i 18 ed i 34 anni, che non può certo giustificarsi come tenera, – “vivono ancora in famiglia”.
La crisi economica degli ultimi anni che – colpendo con più accanimento forse proprio i territori più debilitati – ha determinato un ulteriore deterioramento ed una maggiore crisi del settore produttivo locale, ripercuotendosi tanto sull’occupazione giovanile che sulle condizioni economiche delle famiglie, non è che uno solo dei fattori di incidenza di una “condanna sociale”, cui vanno altresì sommate altre concause, in primis lo spettro dell’immigrazione – che altera il mercato del lavoro con l’impiego di manovalanza a basso costo – e quello dei “monopoli di fatto” o dei controlli gestiti da “Famiglie” d’altra specie, che condizionano - anziché risentirne - i fattori di dissesto.
Purtroppo (ed è anche questa un’amara consapevolezza), ci saranno sempre “Istituzioni” che creeranno interferenze – civili, economiche, politiche – grazie alle quali, loro, continueranno a sentirsi a perfetto agio in quel piede dello stivale che non considereranno mai un habitat sconfortevole. Anzi.
Per esse, l’“Indice di Gini”, impiegato per misurare la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, non potrà che restare un concetto astratto o, tutt’al più (come il piede) indicherà soltanto ….una parte anatomica di un illustre sconosciuto.