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La lettera al ministro - Marina Calderone, leader del Comitato unitario delle professioni, nonché presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro, ha preso carta e penna e ha scritto direttamente al ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, il tutto dopo aver preso visione delle anticipazioni sulla bozza di riforma degli ammortizzatori sociali. Ciò che la rappresentante delle professioni ordinistiche non riesce a mandar giù, e con essa l’intero comparto, è l’eventualità che per gli studi professionali possa essere preclusa la possibilità di accedere alla cassa integrazione in deroga. "È a tutti nota la sua volontà di combattere gli sprechi risolvendo le questioni che impediscono a questo Paese di ripartire. In questo sforzo, le professioni italiane sono al fianco del governo e suo; per questo motivo, vi è la necessità di non indebolirne la preziosa azione sussidiaria a favore dello Stato, penalizzandone l'attività con provvedimenti che minerebbero di fatto la tenuta del comparto", scrive Marina Calderone.
Sconcerto e preoccupazione - Le recenti indiscrezioni sulla citata bozza, diffuse dai maggiori organi di stampa, sottolineano che dal decreto che modifica i criteri di accesso alla cassa integrazione in deroga sarebbero esclusi i datori di lavoro non imprenditori. Un tale intervento non avrebbe suscitato le ire del comparto professionale se proprio tra questa categoria di datori di lavoro non rientrassero anche i titolari di studi professionali. “Se la notizia fosse confermata, non le nascondo lo sconcerto misto a preoccupazione per il momento storico in cui si collocherebbe questo provvedimento", scrive la Calderone a Giovannini. "Si è consapevoli che le ristrettezze del bilancio statale - continua il presidente del Cup - imponevano una rivisitazione dei criteri di assegnazioni del meccanismo di cassa integrazione in deroga. Ma è inaccettabile la revoca netta di una misura che in questi anni ha permesso, peraltro in termini percentuali minimi rispetto al mondo delle imprese, di sostenere la rete degli studi professionali soprattutto di piccole dimensioni".
La crisi e i professionisti – Il presidente del Comitato unitario delle professioni, nella sua accorata e puntuale missiva diretta al numero uno del welfare, traccia un dettagliato quadro della situazione nella quale versano attualmente i professionisti italiani, completamente investiti dalla crisi e impantanati in un processo di risalita che stenta a carburare. "Non le sfuggirà, infatti, come i professionisti italiani – scrive Marina Calderone- siano in prima linea nell'affrontare le gravi conseguenze di una crisi economico-finanziaria che essi stessi subiscono al pari delle aziende e dei cittadini che assistono. Appare utile ribadire l'impatto sociale ed economico che hanno le professioni in Italia. I 27 ordini professionali producono un volume d'affari complessivo pari a 196 miliardi di euro e il peso economico delle professioni si posiziona al 15,1% del Pil del Paese".
Volume occupazionale del settore – Anche in termini occupazionali il comparto delle professioni è un bacino cospicuo, col quale l’economia italiana è chiamata a fare i conti. Nel dettaglio, il leader delle categorie ordinistiche sottolinea che le unità occupate nell’indotto professionale sono quasi 2,15 milioni “suddivisi tra circa 1 milione di dipendenti degli studi professionali (308 mila professionisti e 690 mila non professionisti) e 1,15 milioni di occupati nell'indotto allargato (servizi, macchinari e attrezzature ad uso degli studi professionali". A ben vedere, calcolando sia l’occupazione diretta, che comprende 2,1 milioni di unità, che il suddetto indotto, il bacino occupazionale del settore professionale si presenta con un peso rilevante nell’intero sistema. Si stimano infatti all’incirca 3,9 milioni di posti di lavoro, corrispondenti al 15,9% dell'occupazione complessiva, “con l'8,5% di occupazione diretta e l'8,7% nell'indotto".
Una distinzione anacronistica – Ciò detto, considerando la distinzione che sarebbe stata introdotta nella bozza, la Calderone chiarisce come questa rappresenti una posizione fuori tempo, che mal si adatta all’evoluzione che ha caratterizzato il mondo del lavoro negli ultimi decenni. "Non si comprende, pertanto come si possa sacrificare questa consistente fetta del mondo produttivo italiano, reintroducendo un'anacronistica distinzione tra 'imprese' e 'datori di lavoro', in un momento in cui ci sarebbe bisogno, così come è già avvenuto in passato, di misure che aiutino tutte le componenti della società che contribuiscono al mantenimento e alla crescita del Paese".