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Sarà pure un visionario – come spesso suole lui stesso definirsi – tuttavia le sue visioni si sono spesso tradotte in concrete e solide realtà che hanno concorso a gettare le fondamenta di progetti validi e, col tempo, attestati come efficienti.
E le premesse del successo o, meglio, dell’utilità della sua intuizione ci sono anche stavolta: Giorgio Sganga, Presidente della Fondazione Nazionale Commercialisti – l’ente di categoria che più volte, di recente, è balzato agli onori delle prime pagine e dei notiziari con i suoi studi e le sue ricerche, ultima delle quali quella sulla pressione fiscale a carico delle famiglie – è il promotore di un’idea rivoluzionaria, destinata più di tante norme, leggine e…chiacchiere, a dare un contributo reale all’impianto fiscale del nostro Paese ed al suo funzionamento.
L’enunciato, nella sua apparente semplicità – tanto che viene quasi spontaneo domandarsi come sia possibile che nessuno, ai “piani alti” ci abbia mai pensato – sembra quasi una regola matematica per risolvere agevolmente un’equazione solo in apparenza complessa: quasi quarant’anni fa, sull’assunto degli artt. 38 e 117 della Costituzione e della funzione assistenziale e di sicurezza sociale ricoperta dallo Stato, il legislatore coniò la figura del “medico di famiglia”, promuovendo l’assistenza sanitaria pubblica a vantaggio, primariamente, di chiunque non fosse in grado di poter ricorrere a cure sanitarie specialistiche a pagamento. Il sistema si è poi ampliato fino a divenire un cardine del nostro sistema medico, unico, peraltro, rispetto alle forme di assistenza sanitaria previste e funzionanti in ogni altro stato estero.
Ragionando per analogia con gli stessi presupposti e le stesse finalità di quell’intervento legislativo, la proposta formulata dalla Fondazione Nazionale dei Commercialisti, su input del suo Presidente, è, dunque, quella di dar vita alla figura del “commercialista di base”, sostanziantesi nell’attribuzione di un ruolo vicario della Pubblica Amministrazione ad un professionista che – svolgendo già per sua naturale e fisiologica funzione attività di consulenza fiscale e di tramite neutrale per l’escussione dei tributi – finisca per impiegare una funzione pubblica a vantaggio dei privati.
In concreto, il criterio è quello di fornire ai cd. “contribuenti minori” (per tali intendendosi i piccoli imprenditori ed i liberi professionisti, ma anche le famiglie, i lavoratori agricoli, etc…) - che di fatto costituiscono nel loro insieme lo spicchio più consistente dei concorrenti al cumulo delle entrate fiscali ma anche coloro che più facilmente possono sfuggire alle maglie dei controlli - l’ausilio di un professionista che, strutturandosi come operatore di un servizio pubblico, metta la propria attività a loro disposizione: da un lato, sostenendoli con una funzione di consulenza; dall’altro, sorvegliandone il corretto ed onesto attenersi agli oneri fiscali e contributivi posti a loro carico.
Alla possibile obiezione che l’attuazione di un tale sistema comporterebbe oneri di spesa a carico dello Stato che dovrebbe, evidentemente, stabilire dei compensi a favore dei professionisti investiti del ruolo di “commercialista di base”, risponde l’altrettanto evidente vantaggio economico che per le stesse casse erariali ne conseguirebbe, realizzabile in maniera indiretta e tuttavia ugualmente rilevante. Difatti, grazie all’assistenza fiscale pubblica, i contribuenti minori, che – come rilevato – costituiscono la fascia più verosimilmente tendente a sfuggire agli oneri fiscali, sarebbero guidati ma anche monitorati dal commercialista di base nei relativi adempimenti; conseguentemente la necessità da parte dello Stato di disporre dei controlli a loro carico andrebbe a ridursi se non addirittura ad azzerarsi, con un evidente risparmio di spesa che potrebbe andare a compensare proprio quella occorrente per l’istituzione del detto servizio. A ciò si aggiunga che un ulteriore eventuale gettito per l’erario potrebbe essere rappresentato dalle sanzioni pecuniarie poste a carico del commercialista di base che, in caso di sua esclusiva responsabilità per ritardi od omissioni nelle dichiarazioni dei clienti-assistiti, risponderebbe personalmente.
In una visione più ampia, l’istituzione di questa figura andrebbe ad attendere anche ad una funzione metagiuridica: il commercialista di base infatti fungerebbe, oltre che da assistente professionale a vantaggio dei contribuenti minori, anche da garante costituzionale del rispetto del diritto al pagamento del “giusto tributo”, un principio che, benché non letteralmente enunciato dal legislatore costituzionale, è per inverso derivabile dallo stesso art. 53 della Costituzione, ove si contempla il criterio della proporzionalità dell’obbligo contributivo. Così come ogni cittadino è tenuto a concorrere alla spesa pubblica, è dunque parimenti legittimo che il suo apporto venga mantenuto entro parametri di equità e giustizia, e di tale principio certamente il commercialista può farsi tutore, soprattutto ove venga rimarcata la sua funzione pubblica.
Questi, in sintesi, i contenuti dello studio elaborato dalla FNC ed illustrati – insieme ad un breve resoconto sui risultati del Rapporto 2016 relativo allo stato degli Ordini e degli iscritti - nel corso dell’incontro tenutosi ieri presso l’Hotel Quirinale di Roma.
Il tema del Commercialista di Base ha destato notevole interesse, come si è evinto dagli accorati ed incisivi interventi dei relatori intervenuti, moderati da Maria Carla DE CESARI, Vice Capo Redattore de “Il Sole 24Ore”.
Gerardo LONGOBARDI, Presidente Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, introducendo la discussione ha posto l’accento sul duplice ruolo del commercialista, che coniuga in sé l’offerta del proprio servizio tanto a favore del cittadino che dello Stato, rimarcando come, tra le due, quella a vantaggio dei cittadini andrebbe configurata come una vera e propria necessità costituzionale.
Lo stesso Presidente Sganga, nell’illustrare il contenuto del progetto, ha usato espressioni quali “sfida” e “provocazione”, a voler significare quanto bisogna essere audaci per poter pretendere cambiamenti reali ed efficaci, soprattutto in un momento critico per la professione (come evincibile dai dati reddituali registrati dal Rapporto), che ciò nonostante è disposta ad accettare un ruolo che non va assolutamente considerato come una deminutio ma come una scelta consapevole di utilità sociale. “Bisogna volere l’impossibile perché l’impossibile accada” ha sentenziato, citando Eraclito.
E sulla funzione del commercialista di base si è soffermato pure il sociologo Giuseppe ROMA, rinominandolo – in ragione del suo ruolo assistenziale e sussidiario - “commercialista sociale”, rimarcando altresì come il disagio fiscale del nostro Paese possa abbattersi solo osando un vero cambiamento. In questa stessa direzione si è posto l’intervento di Massimo Maria AMOROSINI, Direttore Generale CONFAPI, che guardando anche a concrete realtà – come quella delle startup che stentano a diventare imprese proprio per le spese eccessive che si trovano a dover affrontare - ha rilevato che alla già delineata funzione sociale del commercialista di base si potrebbe aggiungere anche quella di partner delle nuove imprese affinché possa essere loro offerta competenza e certezza di spese.
Anche Emma CICCARELLI, Vice Presidente del Forum delle Famiglie ha riconosciuto l’utilità di una figura come quella idealizzata nel progetto della FNC, in considerazione della diffusa posizione di soccombenza delle famiglie, definibili come “parti lese dal fisco”. E Sergio VEROLI, Vice Presidente della Federconsumatori, ha schiettamente definito “geniale” l’idea prospettata, rilevando anzi come il riconoscimento della figura del commercialista di base possa costituire una valida premessa per un’alleanza tra le associazioni dei consumatori ed i commercialisti, nell’ottica di garantire la salvaguardia del diritto al pagamento del giusto tributo.
Quanto al rapporto 2016, il Presidente Sganga – rinviando ad altra data la presentazione del documento integrale – ha voluto accennare ad alcune sue risultanze: in generale, i dati elaborati registrano una tendenza positiva per quanto riguarda il numero degli iscritti, salvo alcune variabili relative alla loro tipologia ed agli ambiti territoriali d’appartenenza; mentre si rileva una tendenza negativa nelle statistiche reddituali.
Più in particolare:
- in relazione al numero degli iscritti all’Albo dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, vi è una crescita complessiva dell’1,0%, ma la dinamica è molto differente tra gli Ordini territoriali del Nord e quelli del Sud, essendo ampiamente prevalente nei primi la tendenza all’incremento;
- la componente femminile degli iscritti è in aumento (dal 31,6% al 32%), mentre calano gli iscritti under 40 (dal 21,2% al 17,6%) a fronte dell’opposta crescita di quelli di età compresa tra i 41 ed i 60 anni (che passano dal 64,3% al 65,9%) e degli over 60 (che aumentano dal 15,5% al 16,5%);
- la percentuale degli esperti contabili – iscritti alla Sezione B dell’Albo e contemplati per la prima volta nel Rapporto – è in significativo aumento (+28,8%), con una crescita più elevata al Sud (+31,8%) rispetto al Nord (+23,8%);
- ugualmente un incremento si registra riguardo alle società tra professionisti, con lo stesso andamento di crescita maggiore al Sud (grazie all’accelerazione mostrata dalla isole) rispetto al Nord.
- quanto ai praticanti, sulla base dai dati inviati dai 144 Ordini, sul numero degli iscritti al Registro dei Tirocinanti si registra un decremento di 568 unità, corrispondente ad una percentuale del -4%. Il calo maggiore si registra la Centro (nell’Ordine di Roma, in particolare), mentre al Nord ed al Sud è più contenuto;
- infine, riguardo alle statistiche reddituali elaborate sulla base dei dati delle casse di previdenza dei dottori e dei ragionieri (redditi del 2014 risultanti dalle dichiarazioni 2015), si registra sostanzialmente una tendenza negativa, con valori medi nazionali del -1,9% sui dati Irpef e dello 0,9% sui dati IVA, rispetto all’anno d’imposta precedente. Molto pronunciato il divario Nord-Sud, con livelli medi di valori al Nord che permangono comunque più elevati di circa il doppio rispetto al Sud. L’unica regione a fare eccezione rispetto all’andamento generale negativo risulta essere l’Emilia Romagna, ove si è registrato un reddito Irpef in aumento (+1,6%) rispetto all’anno precedente.
In chiusura, il Presidente Sganga non ha celato il proprio entusiasmo per il successo riscosso dell’evento, cui – come ha sottolineato - ha tenuto che intervenissero soprattutto esponenti di servizi ed organizzazioni vicini ai cittadini-contribuenti, a dimostrazione dell’ampia utilità sociale piuttosto che accademica o politica del prospettato progetto del “commercialista di base”.