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L’intento è la semplificazione, il risultato è un peso in più per i cittadini. Un peso di oltre 2 miliardi di euro. È questa la stima della cifra che i contribuenti dovranno anticipare a seguito degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate. Claudio Siciliotti - presidente del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili - nel suo intervento in Commissione Finanze della Camera ha sottolineato come i commercialisti, pur concordando sulla necessità di rendere la riscossione più efficiente, non condividono un sistema “in cui non è l’eccezione, bensì la regola, essere costretti a pagare prima di essere giudicati in primo grado da un organo giurisdizionale terzo rispetto all'amministrazione finanziaria”. “Non è questo – ha ribadito il Presidente del CNDCEC – il metodo giusto per affrontare la lotta all’evasione”.
Ma da dove spuntano questi 2 miliardi? A partire dal 1 luglio 2011 i contribuenti in lite con il fisco dovranno anticipare il 50% delle maggiori imposte contestate e degli interessi (sanzioni escluse). Ora, secondo i dati del Consiglio della giustizia tributaria il 41% dei contenziosi (che ammontano a circa 5,7 miliardi di euro) è vinto, in primo grado, dai cittadini. Da qui il calcolo di un solve et repete di poco superiore ai due miliardi di euro.
Oppressione fiscale e l’eccesso di controlli non sempre portano ad una lotta all’evasione efficace.
Ed allora sono tre le direttrici immediate su cui occorre invertire la rotta per semplificare la vita alle imprese: snellire gli adempimenti di chi opera con l'estero. Troppi modelli da presentare, un prospetto Intrastat unico nel panorama europeo che richiede troppi dati e che alla fine è sinonimo di errori e sanzioni; sblocco definitivo della compensabilità dei crediti vantati dalle imprese con la Pa con i debiti verso l'Erario; infine, nessuna identificazione con codice fiscale in caso di acquisti superiori a 3.600 euro con carte di credito o assegni bancari. In sostanza uno spesometro snello che registri soltanto i movimenti in contanti.
Insomma la necessità è quella di una riforma organica del sistema: non predisporre singoli accorgimenti che si traducono spesso in oneri. La lotta all’evasione si realizza anche cambiando la cultura: certo è che una pressione fiscale così alta e una non corrispondenza con la qualità dei servizi offerti, non aiutano a trasformare tutti i cittadini in contribuenti virtuosi.
E di fatti, nel documento presentato dai commercialisti in audizione si ricorda anche come, sulla base delle previsioni del Documento Economico Finanziario del governo, nei prossimi anni la pressione fiscale “ufficiale” non diminuirà. Anzi, crescerà seppur di poco: 42,45% nel 2011 (+0,06%), 42,71% nel 2012 (+ 0,32%), 42,56% nel 2013 (+ 0,17%) e 42,43% nel 2014 (+0,04%).
Siciliotti ha poi ammesso di non vedere “alternative, atteso che anche con questa pressione fiscale manterremo deficit pubblici mai inferiori ai 45 miliardi di euro, che andranno ulteriormente ad alimentare un debito pubblico in continua crescita”.
In più, l’obiettivo del pareggio di bilancio indicato dal Def pare più distante di quello che sembra: “senza correzioni – ha proseguito – il 2014 chiuderà con un rapporto deficit-Pil il 2,61% che, detto così, sembra persino positivo, ma che, in termini assoluti, significa una emorragia di ulteriori 45.889 miliardi di euro annui che andranno a stratificarsi su un debito pubblico che punta ormai con decisione alla soglia psicologica dei 2.000 miliardi di euro”.